Visualizzazione post con etichetta Annarita Mangialardo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Annarita Mangialardo. Mostra tutti i post

domenica 19 giugno 2022

RECENSIONE "PRENDITI CURA DI QUELLO CHE NON SIAMO" di Annarita Mangialardo

 

Beatrice Pistore ha letto per noi: "Prenditi cura di quello che non siamo" dell'autrice Annarita Mangialardo, edito Brè Edizioni .



Autore: Annarita Mangialardo

Genere: Romanzo d’amore

Casa editrice: Brè Edizioni

Disponibile in ebook a € 2,99
E in formato cartaceo a € 11,00

Contatti autoreFacebook 



TRAMA:

Micky e Lo. Michelangelo e Loredana sono due ragazzi poco più che ventenni, felici e innamorati che hanno deciso di fare il grande passo: presto si sposeranno. Ma accade l’imprevisto.
Malt Peaks è una cittadina vicino a New York. Micky la raggiunge per dimenticare, per lasciarsi alle spalle un dolore insopportabile. Con l’aiuto di Billy prova a dare un senso diverso alla sua vita, cerca qualcosa che lo aiuti a capire, a vivere. E tra bevute, lavoretti e introspezioni si rende conto che non si può dimenticare il passato. Micky capisce che quello che è accaduto rimarrà per sempre impresso come un marchio nel suo cuore e nella sua anima. Non serve cambiare città, non è necessario cambiare continente perché la sofferenza ti segue dovunque. E anche recriminare su quello che è stato non aiuta a stare meglio. Però l’amore, quello vero, la passione travolgente non sparirà mai. Un legame forte non potrà essere spezzato. Un romanzo d’amore, un racconto di sofferenza e rinascita, una storia toccante e malinconica. Una fiaba per chi crede nel lieto fine. Nonostante tutto. 



Mi sono presa il mio tempo per leggere questo libro, posso dire di averlo assunto "a piccole dosi", non perché il genere non fosse di mio gusto o la storia, ma è molto forte quello che ti fa provare già dai primi capitoli, a volte nel bene e altre nel male. La storia d'amore che presenta l'autrice ha un impatto emotivo notevole, come ho già anticipato, quindi se siete in cerca di qualcosa che non vi annoi lo troverete in queste pagine. È la storia di un vero amore, mi viene da dire che i protagonisti sono anime gemelle che non possono vivere l'una senza l'altro. Le loro vicende si susseguono e il lettore viene assorbito dalle loro vite come se potesse sentire quello che provano. Questo libro fa tornare la speranza di trovare l'amore vero, ma anche quello che succede se tutto non continuasse perfettamente come una favola, ma con i colpi bassi che la vita a volte ci riserva. 


martedì 12 aprile 2022

"PRENDITI CURA DI QUELLO CHE SIAMO" di Annarita Mangialardo

 

Buongiorno follower!
La Brè Edizioni pone alla nostra attenzione il romanzo 
"Prenditi cura di quello che non siamo" dell'autrice Annarita Mangialardo.



Autore: Annarita Mangialardo

Genere: Romanzo d’amore

Casa editrice: Brè Edizioni

Disponibile in ebook a € 2,99
E in formato cartaceo a € 11,00

Contatti autore: Facebook 



TRAMA:

Micky e Lo. Michelangelo e Loredana sono due ragazzi poco più che ventenni, felici e innamorati che hanno deciso di fare il grande passo: presto si sposeranno. Ma accade l’imprevisto.
Malt Peaks è una cittadina vicino a New York. Micky la raggiunge per dimenticare, per lasciarsi alle spalle un dolore insopportabile. Con l’aiuto di Billy prova a dare un senso diverso alla sua vita, cerca qualcosa che lo aiuti a capire, a vivere. E tra bevute, lavoretti e introspezioni si rende conto che non si può dimenticare il passato. Micky capisce che quello che è accaduto rimarrà per sempre impresso come un marchio nel suo cuore e nella sua anima. Non serve cambiare città, non è necessario cambiare continente perché la sofferenza ti segue dovunque. E anche recriminare su quello che è stato non aiuta a stare meglio. Però l’amore, quello vero, la passione travolgente non sparirà mai. Un legame forte non potrà essere spezzato. Un romanzo d’amore, un racconto di sofferenza e rinascita, una storia toccante e malinconica. Una fiaba per chi crede nel lieto fine. Nonostante tutto.


BREVE ESTRATTO:

È stata mia madre a scegliere il mio nome. Mio padre avrebbe optato per qualcosa di più classico e, forse, persino ridondante: “Antonello, Antonello”, così mi chiamava i primi mesi di vita, mi ha riferito mia madre. Lo faceva per farle un dispetto. Ma poi s’innamorò di quel nome: Michelangelo. Mio padre non è mai stato un grande studioso: operaio a sedici anni, ha cominciato a lavorare come dirigente in un cantiere quando non aveva neppure trent’anni. Un fenomeno nel suo campo, pragmatico al mille per mille. Ma no, la poesia, l’arte, la letteratura, né tantomeno la filosofia, facevano parte della sua vita. Erano mondi a lui sconosciuti. Mentre mia madre, al contrario di lui, esplorava tutti. E il suo artista preferito era Michelangelo Merisi detto Caravaggio per via del suo paese d’origine in Lombardia. Ecco perché mi chiamo così.
Ho sempre amato il mio nome. Qualcuno ironizzava sul fatto che fosse troppo lungo, citando una celebre battuta di Troisi. Ma a me piaceva. E quando gli altri provavano a trovare dei diminutivi, da “Michelà” a “Mic” o persino “Angelo”, io m’irritavo. Ero solo e soltanto Michelangelo, per la miseria.
Col tempo ho capito che bastava anticipare i pensieri degli altri, anche per evitare le solite battute. Di solito mi dicevano: “Ah, Michelangelo? Come il Buonarroti”. E io non ci stavo. Io ero Caravaggio, l’artista maledetto. Anche se del maledetto avevo ben poco. Sempre preciso, occhiali da vista, capelli in ordine, maglietta pulita, camicia sotto al maglione, pantaloni eleganti, solo raramente i jeans, e scarpe di certo non all’ultima moda. Ero tutto tranne che un artista come lui. Forse per questo mi piaceva avere il suo nome. Mi sentivo più coraggioso. Poi, col tempo, ho capito che il coraggio può avere tante forme. Ad esempio, rincorrere una carriera impossibile come quella di docente di filosofia in un’università italiana, questo sì, che sarebbe stato coraggioso, o forse addirittura folle. Ma io l’ho fatto, ho sempre studiato con la ferrea convinzione che sarebbe andata bene.
Lo aveva vissuto più o meno allo stesso modo. Non s’era mai data per vinta. Ecco, forse, cosa ci piacque l’uno dell’altra: la caparbietà. L’idea che là fuori ci sia qualcosa che aspetta soltanto noi. E il pensiero, imponente, che il futuro non resterà fermo ad aspettarci. Siamo noi a doverlo raggiungere.
Alle volte, però, capita anche ai migliori di sbagliare.
E tutto questo riesco a dirmelo solo perché sono fra la veglia e il sonno, in un tale stato di torpore dovuto a una stanchezza fisica incredibile, che il dolore interiore, un po’, s’è attenuato.
Quando Lo, per la prima volta, ha tirato fuori quel nome, “Micky”, ho capito due cose: la prima era non poteva esserci nome migliore di Michelangelo; qualunque abbreviazione sarebbe stata limitante. La seconda è che a lei avrei concesso qualunque cosa.
In quell’occasione ho scoperto di amarla. Forse già lo sapevo, forse già me l’ero ripetuto cento volte, non ha importanza. Non conta quando una cosa accade, conta quando capisci che è accaduto. Quando ti rendi conto che è reale.
Lo, io non lo so, non lo so davvero, sai? Non so ancora se tu sia viva o morta. Non riesco ad accettarlo. Ecco, uno psichiatra direbbe che “non ho elaborato il tutto”. E forse è così. Anzi è così. Ma chi potrebbe mai elaborare un lutto? Chi, sul serio, riesce a farlo? Esiste davvero un modo sano per accettare la perdita di una persona cara?
Inizio a pensare di no.
E vivo in questa mezza follia. Un mondo fatto per metà dalla realtà più atroce e per l’altra metà da un sogno. Cerco di tinteggiarlo il più possibile, renderlo surreale, fuori dal mondo. La mia meta mi aiuterà. Allora sarà più facile illudersi di vivere in quella parte della vita che non ha contatti reali con la realtà. Che non vive nella realtà.
Ecco cosa voglio: sparire dalla realtà.
Michelangelo non è mai esistito: riuscirò mai a convincermi di questo?
Ma se per farlo sarò costretto a credere che neppure tu, Lo, sia mai esistita? Allora accetterò il prezzo salatissimo della rinuncia?
Non credo. Non voglio pensarci. Meglio restare storditi.
Potessi almeno ubriacarmi, ma non serve. Ho comprato una bottiglia di vino ma non ho fatto altro che pensare a noi e alle nostre bevute da incoscienti i primi tempi della convivenza, quando rinunciavamo a uscire solo per finirci una bottiglia di buon vino davanti alla televisione e a un pacco maxi di patatine fritte. E intanto ho fissato la bottiglia sperando di vederti uscire persino da lì, da quel collo di vetro.
Il tuo collo da cigno, Lo: come potrei mai dimenticarlo? Forse potrei dimenticare chi sono, ma te, i tuoi occhi, no, mai.
Non riuscirei proprio a farcela.





Annarita Mangialardo nasce a Bari nel 1992.
Affascinata dai meccanismi psichici e dalle forze che legano le persone, affronta la scrittura come un’occasione per riscoprire la libertà perduta dell’essere umano. Appassionata di musica e poesia, scrive canzoni che raccontano i legami umani e la loro complessità. Nel 2018 ha pubblicato La conquista con Robin Edizioni. Nel 2019 esce per la Brè Edizioni il secondo romanzo: Vera. Nel 2022, sempre con Brè Edizioni, il terzo romanzo: Prenditi cura di quello che non siamo.


venerdì 19 novembre 2021

"VERA" di Annarita Mangialardo

 

Buon pomeriggio amici lettori!
Vi segnalo "Vera" dell'autrice Annarita Mangialardo, 
edito Brè Edizioni.



Titolo: Vera

Autore: Annarita Mangialardo

Genere: Narrativa 
- Una figlia in cerca della madre

Casa editrice: Brè Edizioni

Disponibile in ebook a € 3,99
E in formato cartaceo a € 9,35



TRAMA:

Vera è una giovane donna orfana di madre. Il ricordo del lutto la accompagna nella sua vita di giovane artista e di emarginata: fin da piccola Vera è sempre stata la “bambina diversa”, introversa e dalla fantasia irrefrenabile. Proprio a lei spetta il compito di aiutare suo padre adottivo che, nel corso degli anni, dopo la perdita della moglie, è caduto nel tunnel dell’alcolismo e del nichilismo. Fra i ricordi di un’infanzia segnata dalla perdita della madre adottiva, una storia d’amore mai risolta con un ragazzo simile a lei e l’ambizione di sfondare nel mondo dell’arte, Vera avanza passo dopo passo verso un destino che segnerà un cambiamento irreversibile, nella sua vita e in quella delle persone che ama; il primo passo sarà quello considerato “proibito”: la ricerca dei suoi genitori biologici.


BREVE ESTRATTO:

Quel pomeriggio, Vera era rimasta in casa a guardare la televisione. Non impazziva per tutti quei colori confusi che apparivano sullo schermo, che sembravano voler crescere in quella scatola artificiale. A differenza dei suoi compagni di classe, a scuola non parlava mai di ciò che vedeva in televisione. Non era proprio una cosa che faceva per lei. Ciò che non l’aveva mai convinta, di quei pomeriggi curiosi passati di fronte allo schermo della TV, era la confusione dei colori e delle forme che si discioglievano in qualcosa di opaco, di non abbastanza vivo. Vera percepiva molto bene questa mancanza, e laddove gli altri si entusiasmavano, lei vedeva invece confusione, un volo solo tentato, un’altezza da terra mai raggiunta.
Queste erano le sue sensazioni, un po’ infantili e sicuramente non facili da definire. Col tempo avrebbe spiegato la faccenda in questo modo: la televisione le dava l’idea di una costruzione che falliva già in partenza, perché nessuno di quei colori, nessuna delle cose che venivano dette, era realmente sentita; erano cose buttate là, che non riuscivano a toccare veramente nel profondo chi le guardava, almeno secondo lei.
Per via del lavoro dei genitori, quando Vera veniva lasciata da sola in casa, la televisione si accendeva magicamente, di solito sintonizzata sul canale che trasmetteva cartoni animati a raffica. E anche se non impazziva per tutto ciò, finiva comunque per passarci due o tre ore, magari fra uno spuntino e l’altro. Poi, arrivata a un certo punto, non resisteva più: lasciava la televisione accesa – non sapeva neppure come spegnerla – e si rintanava in cucina fra l’odore di caffè, biscotti e cucinato, oppure in giardino, dove l’odore dei fiori, del detersivo che proveniva dal bucato steso o semplicemente l’odore della stagione – amava in particolare l’autunno perché le dava l’idea di qualcosa di indefinito, di dolce ma non troppo – con tre o quattro fogli, matite colorate e iniziava a disegnare.
Le piaceva riportare ciò che vedeva su quel foglio, anche se il risultato non era mai fedele in tutto e per tutto alla sua visione. All’inizio qualcuno l’aveva criticata – come se si potesse criticare davvero l’arte di un bambino! – dicendo che quello non era il modo di ritrarre un paesaggio, che bisognava attenersi alla realtà; che – e questo la feriva particolarmente – non si poteva rappresentare il mondo come pare e piace, che bisognava insomma “darsi una regolata”, per citare l’affermazione del suo insegnante di storia dell’arte qualche anno dopo, al liceo. Lo stesso che si sarebbe poi complimentato con lei quando aveva vinto un piccolo concorso fotografico con un lavoro surrealista, dicendole che era veramente brava, che aveva talento e che lui l’aveva sempre saputo.



Annarita Mangialardo nasce a Bari nel 1992.
Affascinata dai meccanismi psichici e dalle forze che legano le persone, affronta la scrittura come un’occasione per riscoprire la libertà perduta dell’essere umano. Nel 2018 ha pubblicato La conquista con Robin Edizioni. Su Facebook gestisce la pagina Una scrittrice distratta.
Vera è il suo secondo romanzo.