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giovedì 25 novembre 2021

RECENSIONE "IL PENSIERO TIBETANO" di Dejanira Bada

 

Buon pomeriggio amici lettori!
Recensione: "Il pensiero tibetano" di Dejanira Bada, edito Giunti Editore. 
A cura di Silvia Iside.




Autore: Dejanira Bada

Casa editriceGiunti Editore 
Collana: Varia Ispirazione

Disponibile in ebook a € 11,99
E in formato cartaceo a € 17,10

Contatto FacebookDejanira Bada



TRAMA:

Dopo innumerevoli pellegrinaggi, anni di studio, di ricerca, di pratica, sto ancora rincorrendo l’elefante. Ma certi giorni riesco a raggiungere un diffuso senso di pace e la mente mi appare come un limpido cielo: allora mi sembra di non aver bisogno di altro.

In Tibet shiné è la pratica del Calmo dimorare, nonché il nome di un famoso di-pinto che raffigura un monaco nell’atto di inseguire un elefante nero, ovvero la sua mente. L’inseguimento consiste in nove stadi, che lo condurranno infine alla meditazione lhakthong, la pratica della visione profonda o analitica, che ha inizio con il decimo e undicesimo stadio e che gli consentirà di raggiungere l’illuminazione. 
Ci muoviamo nel testo seguendo tale sentiero. A piccoli passi sul tetto del mondo. Che cosa ci rimane del Tibet dopo il cammino? Di cosa possiamo fare tesoro? Oggi la meditazione sta entrando sempre di più nella vita di noi stressati occidentali. Ricordiamo però di portare sempre il dovuto rispetto: cerchiamo d’informarci e di non praticare solo per raggiungere obiettivi egoistici. Integrando la meditazione nella nostra quotidianità possiamo infatti ottenere benefici non solo per noi stessi, ma anche per gli altri e per il mondo.



Il pensiero tibetano di Dejanira Bada è un libro che parte dal presupposto che la meditazione non possa essere praticata senza una guida e attraverso le metafore dell’elefante e della scimmia, facenti riferimento alle nostre menti umane e distraibili, si propone di illustrare il percorso da seguire all’aspirante praticante.
Si apre con una parte di spiegazioni su cosa è la meditazione, composta di concetti più che noti e poi passa al più interessante racconto del viaggio in Tibet dell’autore. Di una parte di storia di questo affascinante paese, nello specifico della dominazione cinese della quale è stato ed è tutt’ora vittima.
Il divieto di riconoscere il Dalai Lama come capo spirituale, di possedere immagini che lo rappresentano, la presenza di autostrade intonse piazzate a guastare il paesaggio e usate all’occorrenza solo da ricchi turisti, precedono il racconto dei confronti intellettuali tra i monaci. Questi si svolgono come duelli fino a quando uno dei due deve riconoscere l’inconfutabilità delle argomentazioni dell’avversario.
Poi si parla dei motivi per cui la meditazione non va seguita come una moda, del Buddha, di alcuni usi dei monaci e di come un laico può tranquillamente apprendere a meditare anche camminando.
Per me la parte più avvincente del libro restano i racconti sul Tibet, dei suoi fantasmi, delle sue tragedie, del suo sovrano costretto ad andarsene, la cui storia è assolutamente da conoscere perché rappresenta un esempio e un’icona come persona, nonché dei suoi paesaggi e degli incontri che vi si possono fare e lo consiglio per questo. 


sabato 30 ottobre 2021

"IL PENSIERO TIBETANO" di Dejanira Bada

 

Buongiorno follower, buon sabato!
Vi segnalo "Il pensiero tibetano" dell'autrice Dejanira Bada, 
edito Giunti Editore.


Sottotitolo: Comprendere la via buddhista 
alla pace della mente

Autore: Dejanira Bada

Casa editrice: Giunti Editore 
Collana: Varia Ispirazione

Disponibile in ebook a € 11,99
E in formato cartaceo a € 18,00

Contatto Facebook: Dejanira Bada


TRAMA:

Dopo innumerevoli pellegrinaggi, anni di studio, di ricerca, di pratica, sto ancora rincorrendo l’elefante. Ma certi giorni riesco a raggiungere un diffuso senso di pace e la mente mi appare come un limpido cielo: allora mi sembra di non aver bisogno di altro.

In Tibet shiné è la pratica del Calmo dimorare, nonché il nome di un famoso di-pinto che raffigura un monaco nell’atto di inseguire un elefante nero, ovvero la sua mente. L’inseguimento consiste in nove stadi, che lo condurranno infine alla meditazione lhakthong, la pratica della visione profonda o analitica, che ha inizio con il decimo e undicesimo stadio e che gli consentirà di raggiungere l’illuminazione. 
Ci muoviamo nel testo seguendo tale sentiero. A piccoli passi sul tetto del mondo. Che cosa ci rimane del Tibet dopo il cammino? Di cosa possiamo fare tesoro? Oggi la meditazione sta entrando sempre di più nella vita di noi stressati occidentali. Ricordiamo però di portare sempre il dovuto rispetto: cerchiamo d’informarci e di non praticare solo per raggiungere obiettivi egoistici. Integrando la meditazione nella nostra quotidianità possiamo infatti ottenere benefici non solo per noi stessi, ma anche per gli altri e per il mondo.


DICE L’AUTRICE:

Dettaglio che non viene specificato dall'editore nella quarta e nel risvolto di copertina è che nel libro si parla del mio viaggio in Tibet. Ci sono stata davvero e in ogni capitolo racconto qualche passaggio. È un libro sul viaggio, sulla meditazione, che si rivolge allo stressato uomo occidentale che cerca risposte nel lontano Oriente (e che spesso le trova) ma senza bisogno di convertirsi al buddhismo o ad altre religioni. Oltre al mio viaggio in Tibet parlo anche dei viaggi in India e a Kathmandu, luoghi che si dovrebbero visitare per comprendere al meglio una cultura così lontana e diversa dalla nostra.




INTRODUZIONE:

A piccoli passi sul tetto del mondo 
L’enorme Boudha di Kathmandu è bianco e ha gli occhi azzurri. Mi guarda e mi accoglie, e quando vi cammino attorno mi comunica la sua maestosità e l’importanza di cui gode presso i fedeli. 
È uno stūpa, in tibetano chortén [mchod rten]: la sua base a forma di maṇḍala è sovrastata da una grande cupola, che secondo la tradizione sarebbe depositaria delle reliquie del Kāśyapa Buddha. Sopra di essa si stagliano la torre con gli occhi del Buddha e una struttura piramidale di tredici livelli, a simboleggiare il percorso verso l’illuminazione; ancora sopra noto il pinnacolo, il baldacchino e una guglia d’oro, mentre nel mezzo, a raggiera, innumerevoli Dar Cho [dar lcog], le famose bandiere di preghiera, diffondono pace e armonia. 
Dopo l’occupazione cinese del Tibet nel 1950, molti tibetani trovarono rifugio in Nepal e scelsero di vivere proprio intorno a Boudha. Consapevole di questo, non mi stupisco di fronte a un gruppo di pellegrini impegnato in un kora [skor ra], una circumambulazione in senso orario dell’oggetto sacro. Recitano il mantra della compassione, ovvero l’Oṃ Maṇi Padme Hūṃ, con la mala tra le dita. 
La piazza del Boudha si dirama in strette vie, ai margini delle quali i negozianti vendono campane «tibetane», statue, bandiere, tamburi, collane, bracciali, vestiti e souvenir di ogni tipo. Alcune di queste conducono nel quartiere in cui si producono e vendono i thangka [thang ka], i dipinti su stoffa della tradizione buddhista che raffigurano immagini sacre e che sono un valido supporto durante il percorso di liberazione. Vado in quella direzione. 
Sto cercando il dipinto di shiné. Me lo mostrò per la prima volta il mio amico Thonla, nato e cresciuto in Tibet ma naturalizzato milanese, durante un incontro di meditazione sul suono: quando lo vidi, qualcosa in me scattò. Meditavo da qualche anno e sentivo che quel dipinto ben raffigurava il percorso che avevo intrapreso. 
Il termine shiné viene usato per indicare da una parte la meditazione concentrativa del Calmo dimorare, śamatha, e dall’altra il dipinto dei nove stadi che il meditante deve compiere per calmare la propria mente e raggiungere la tranquillità necessaria a entrare nella meditazione vipaśyanā, in tibetano lhakthong. Nel buddhismo Chán e nello Zen lo tratteggiano servendosi delle «Dieci icone del bue» – le più note sembrano essere quelle giapponesi di Kuòān Shīyuǎn – e in effetti, nella descrizione del percorso meditativo, l’immagine del bue è ricorrente anche nei sūtra, le trascrizioni dei discorsi del Buddha. Nel buddhismo tibetano invece è l’immagine dell’elefante, unitamente a quella del suo accompagnatore, a far da protagonista. 
Nessuno conosce le origini del dipinto, e d’altronde il Tibet è costellato di misteri. Thonla dice che potrebbe essere stato commissionato dal Buddha in persona, che l’avrebbe fatto dipingere insieme alla ruota del Dharma lasciando in eredità a un monaco la sua spiegazione, che ancora oggi sarebbe tramandata a tutti gli esseri senzienti, e allo stesso modo il monaco canadese Jason Simard, del Petit Nalanda Du Centre Paramita En Haute-Marne in Francia, sostiene che il dipinto di shiné non sia riconducibile ad alcuna scuola specifica, bensì alle parole del Buddha. In effetti le varie tradizioni buddhiste appaiono oggi ben differenziate, ma nell’antichità non era affatto così: gli studenti sceglievano da chi apprendere la pratica meditativa a prescindere dalla scuola di appartenenza del maestro. 
Ricordo che fui felicissima di ritrovare dipinta sulla parete esterna di un monastero in Tibet l’immagine di quell’elefante a me così caro. Era grigio e con grandi zanne, intento a passeggiare su una distesa verde e circondato da alberi in fiore e nuvole alte nel cielo. Sulla sua schiena era seduta una scimmia marrone e sorridente, che a sua volta reggeva un coniglio grigio. Tutti e tre guardavano avanti con l’intenzione di proseguire il cammino insieme e senza fretta, agitazione e timore



Dejanira Bada Grande esperta e appassionata di filosofie orientali e meditazione, insegna yoga e mindfulness. Ha diverse pubblicazioni di narrativa alle spalle ed è giornalista pubblicista.




lunedì 21 maggio 2018

RECENSIONE "IL SILENZIO DI IERI" di Dejanira Bada



Buon pomeriggio follower!
Vi segnalo "Il silenzio di ieri" di Dejanira Bada.
Franca Poli lo ha letto e commentato per noi 😊





Autore: Dejanira Bada 
Genere: Romanzo

Casa editrice: Koi Press

Disponibile in ebook a € 0,99
e in formato cartaceo a € 12,00

Pagina autore: Dejanira Bada Scrittrice 






TRAMA:


Virginia è un chirurgo e ha poco più di quarant'anni quando suo marito muore all’improvviso. Inizia a scrivere un diario per superare il dolore, proprio come lui consigliava ai suoi pazienti. Scrive quello che prova, che sente, e lo scrive rivolgendosi a lui, come se fosse ancora presente, raccontandogli cose che lui sa già, cose che non gli ha mai confessato prima... 

Personaggi principali: 

– Virginia è la protagonista, una donna in carriera, un chirurgo di quarant'anni che ha dedicato tutta la sua vita al lavoro e al marito.

– Simone è il marito morto per un tumore fulminante al quale Virginia si rivolge in forma diaristica. Ogni tanto Virginia cita dei dialoghi avvenuti tra lei e il marito, uno psichiatra di quant'anni, un intellettuale molto saggio e pacifico, l'opposto di Virginia, che è sempre molto nervosa e cinica. 

– Carla è un'infermiera, l'unica amica di Virginia, con la quale si avvicina allo yoga e alla meditazione, e che l'aiuta ad affrontare il lutto, soprattutto il giorno del funerale. Carla è una zitella che adora film come "Ghost" e "Dirty Dancing", in cerca dell'amore romantico.


Spazio della narrazione: 

Virginia vive e lavora a Milano, e parte del libro è ambientata in questa città, ma poi la protagonista compie parecchi viaggi in giro per il mondo, in Marocco, Sudafrica, Cappadocia, Islanda, e infine in Uganda, paese che le resterà nel cuore e dove si reca per prestare volontariato. Il libro è ambientato ai giorni nostri. 




BIOGRAFIA:
Dejanira Bada, nata nel 1984 a Jesi (AN), è una giornalista, critica musicale e d’arte. Ha scritto per varie testate, tra cui: Mtvbrandnew.com, Artslife.com, Lisolachenoncera.it, Kritikaonline.com, Rockit.it, Zero 2. È attualmente direttore editoriale del sito di musica e intrattenimento Jaymag.it. Ha collaborato con Andrea G. Pinkettes per il programma Ultramisterika in onda su Rock ‘n’ Roll radio. 
Pratica e insegna yoga e meditazione, organizza ritiri nel deserto ed è operatrice di campane tibetane per massaggi sonori e meditazioni. Vive e lavora a Milano.




DICE L'AUTRICE:
Non mi piace definire questo romanzo un romanzo rosa e d'amore, perché è davvero riduttivo. I temi affrontati non sono banali. Il libro è pieno di riflessioni su Dio, sul senso della vita, sulla morte. È una storia d'amore a tutti gli effetti, una storia tragica ma che in qualche modo finisce bene, e che conduce a porsi domande che sono diventate tabù. 

Ho scelto di utilizzare la forma diaristica in modo non classico. Ci sono anche dei dialoghi diretti che Virginia riporta. Questo stile mi ha aiutato a usare la prima persona in modo non scontato, e il fatto che lei scriva parlando al marito deceduto rende il tutto molto potente e coinvolgente. La cosa che mi ha fatto più piacere è sapere di essere stata capace di aver commosso molte persone, e molte donne rimaste veramente vedove si sono stupite della mia capacità di descrivere un lutto in maniera così precisa e veritiera pur non essendo mai rimasta vedova.  




IL PARERE DI FRANCA POLI:

Premetto che questo non è un romanzo, ma un diario.

Un diario che la protagonista, un medico chirurgo, inizia a scrivere il 23 Febbraio 2013 a Milano dopo la morte del marito, nella speranza di riuscire a elaborare il lutto, e termina il 30 Ottobre 2014. Non si conosce il nome di lei, solo in un'occasione si presenta come Virginia.
Ogni capitolo è scandito da una data e una località. Al suo interno possiamo leggere sia lo stato d'animo attuale della donna, che i ricordi dei dieci anni trascorsi assieme al marito, medico psichiatra. Un uomo che ha amato moltissimo, ricambiata. Talmente tanto che quando lui l'ha lasciata, non è riuscita a farsene una ragione a metabolizzare il fatto che lui non ci sarebbe più stato. 
E' un diario che parla di sentimenti, di amore, ma anche di rimpianti per avere anteposto la carriera di entrambi sacrificando la propria vita privata. Di cose non dette, di quello che avrebbero dovuto fare, ma che a causa della loro ambizione non hanno fatto. Di un figlio che prima non hanno sentito la necessità di avere, ma che ora manca.
Ora Virginia vuole riprendere in mano la sua vita e per farlo segue i consigli dell'amica e collega Carla. Decide così di prendersi un periodo di ferie e viaggiare. Per prima cosa inizia con un viaggio interiore, praticando yoga, meditazione, trascorrendo il Natale in un ritiro spirituale in Toscana. Poi con dei viaggi veri: Marocco, Sudafrica, Cappadocia, Uganda. E' proprio in questultima destinazione, dove vi si reca come medico volontario, che riesce finalmente ad accettare il lutto e a ritornare a vivere.
In pratica questo libro si potrebbe definire metaforicamente un viaggio della mente e dell'anima. Inoltre può fare riflettere sulla vita e sulla morte, sulle cose, ma soprattutto sulle persone che noi diamo per scontato, ma che scontate non sono. Solo quando non ci sono più capiamo il loro valore.
Nonostante il libro non sia un romanzo nel senso classico del termine ma, come già detto, una raccolta di pensieri sotto forma di diario, merita di essere letto.