domenica 25 aprile 2021

DOPPIA RECENSIONE "IO NON CREDO NEL DESTINO" di Elena Inuso

 

Doppia recensione per "Io non credo nel destino" dell'autrice Elena Inuso, 
edito Laruffa Editore. A cura di S.I. e Dario Zizzo.




Autore: Elena Inuso
Genere: Narrativa contemporanea

Casa editrice: Laruffa Editore

Disponibile in ebook a € 4,24
E in formato cartaceo a € 13,30

Contatti autore: Elena Inuso Scrittrice



TRAMA:

Un ragazzo, un incidente stradale. "Poi tutto si spense". È così che incontriamo Simone, la sua bontà d'animo, la sua passione per le moto, un attimo prima del vuoto più nero; è così che, subito dopo, appare sua moglie, Rebecca, per tutti Becca, che vuole ignorare il dolore e vivere la sua vita, non curandosi delle condizioni di suo marito e del lento recupero che gli servirà. L'incontro con Alessandro e la possibilità di realizzare la sua aspirazione più grande, quella di diventare un'attrice famosa, metterà in discussione le sue certezze. Ma non tutto è come sembra: la vita ha già in serbo un piano diverso. Cosa sceglierà Becca? Se stessa e il sogno che sta vivendo, o l'uomo che ha profondamente amato al punto da promettere di passare il resto della vita con lui? Esiste un destino già scritto, al quale è impossibile opporsi, o sarà lei la sola artefice della propria esistenza? "Io non credo nel destino", è quello che Becca continua a ripetere, ma, alla fine, forse, nonostante il dolore, nonostante le cose brutte che sembrano schiacciarci, si trova sempre la giusta strada. 



Ho voluto leggere “Io non credo nel destino” grazie alla copertina che a me piaceva tanto e ho ritrovato in pieno lo stile di Elena Inuso - molto leggibile, molto scorrevole - un’autrice capace di creare intrecci che contengono amore e tanti altri temi.
Il suo primo libro, “Lo specchio dell’anima”, si occupava d’infanticidio, aborto, delirio. 
Anche in questo romanzo ha miscelato argomenti impegnati come la questione dell’accanimento terapeutico a cose non leggere, ma belle, che ci alleggeriscono la vita. Mi riferisco all’amicizia che ci sostiene nel dolore ma ci accompagna anche nella buona sorte, come la migliore delle promesse d’amore. Il concetto è ben reso con un semplice passo:

Il tempo speso con Lorena e Maya sembrava essere etereo. Non si misurava in secondi, minuti o ore, ma in risate, stupidaggini e spensieratezza.

Come anticipavo sopra però, qui hanno trovato spazio anche l’illegalità:

Calabria, quella brutta ma anche quella bella. La Calabria della ‘ndrangheta che pur persiste e che tenta di sporcare tutto ciò che tocca; e la Calabria di chi reagisce e di chi non si piega, di chi la ama e di chi fa di tutto per renderla migliore.

E il tema dell’accanimento terapeutico che forse è proprio quello che fa ragionare maggiormente sull’esistenza di un destino. Simone ha avuto un incidente gravissimo, ma non è morto. Eppure se l’essere umano non fosse intervenuto con le cure, lo sarebbe stato. Quindi il destino di una persona non può essere passare una (non) vita in un letto. Siamo forse noi, a voler cambiare il corso delle cose a ogni costo a volte, anche causando più male che bene.
Proprio su questa svolta, la storia prende toni davvero drammatici. Becca, la protagonista, sembra vedere solo se stessa e dedicare solo una minima parte dei propri pensieri a ciò che dovrebbe essere in primo piano nella sua vita: le amiche e Simone.
Arriva a presentarsi in ospedale vestita come per andare a un ballo, sui tacchi. Con questa frase direi che l’autrice ha trasmesso totalmente al lettore i sentimenti di una persona che svegliandosi all’ospedale, reduce da un incidente, si trovi davanti la compagna della propria vita così conciata:

Quelle scarpe appuntite parevano indossate apposta per potergli perforare il cuore.

Si parla anche di amore, e di non amore. E il non amore è semplice come l’amore.
Becca non sa se si sente pronta a sposarsi e a mettere su famiglia con Simone, non sa se sarà in grado di rimanergli accanto nella malattia, deve pensarci e arrivare a una decisione…
Per me tutto ciò rappresenta il non amore. Se si ama non c’è niente da pensare, o molto poco.
Infatti si legge:

C’era poco da pianificare, quando si trattava di Alessandro.

Quando c’è amore, fare piani non ci interessa. Se si ragiona su tutto, è morto l’amore. O non è mai nato.
Senz’altro è nata un’altra bellissima opera dalla penna della Inuso, che sa raccontare di tutto suscitando interesse, commozione, a volte indignazione.



Credo sia un romanzo non privo di atmosfere cupe quello di Elena Inuso, come se le pagine fossero avvolte da una cappa di piombo. Ambientato ai giorni nostri in Calabria, dove si muove un’umanità a volte provata, come Simone, giovane, gran lavoratore, che si sacrifica per i suoi cari (compra una casa nuova ai genitori, che per molto tempo hanno vissuto in un ambiente malsano, con conseguenze sulla salute) e quando si concede uno sfizio, la tanto agognata moto, il destino cinico e baro lo castiga, proprio con l’oggetto del suo desiderio, in un incidente stradale dopo il quale è costretto in un letto. Un’umanità a volte inquieta come la sua donna, Rebecca, detta Becca, che dopo la disgrazia si sente in prigione, frustrata per via delle velleità d’attrice, desiderosa di vita e affermazione dal punto di vista lavorativo; e che, in aggiunta a ciò, inizia a provare un interesse, non solo professionale, nei confronti dell’amico Alessandro, attore. È come se quest’opera avesse un sottofondo musicale triste, quasi fosse un tango ballato in un locale avvolto dalla penombra. Perfino il divertimento sembra un tentativo vano di dimenticare quel destino che pare scrivere le storie delle vite di ciascuno, ma Becca non crede a un percorso obbligato tracciato da una misteriosa forza per noi. È un’umanità che fa fatica a progredire, condannata alla fatica di Sisifo in alcuni casi, ma il personaggio più statico, per ovvi motivi, in realtà è il più vitale di tutti, la sua capacità di sacrificio sembra quasi renderlo un Alter Christus, lui, deriso, per le sue umili origini, sin dalla tenera età, chiamato “Gesù Cristo” per i capelli lunghi e poi “Anticristo”, e non si fermano qui i rimandi alla figura del Messia: i trentatré anni, la resurrezione. Così, infatti, scrive Elena Inuso, di Simone: 

Aveva deciso molto tempo prima che, a dispetto di quello che dicevano di lui, il suo trentatreesimo compleanno sarebbe stata l’occasione per dimostrare al mondo la sua felicità, una sorta di rivincita, la sua resurrezione. Trovare un lavoro stabile era stato il primo, fondamentale passo. Ma aver ottenuto, anni prima, l’amore di Becca continuava a essere per lui il vero miracolo. 

Dalla sua posizione, Simone, sembra quasi avere un punto d’osservazione privilegiato, come il protagonista di “Caos calmo” dalla sua auto, e proprio dal letto Simone vede l’affaccendarsi delle persone, ascolta le loro voci lontane, quelle di Becca e le amiche; forse, però, nonostante la distanza, le sente nel modo più chiaro possibile.




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