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giovedì 25 gennaio 2024

RECENSIONE "IL RAGAZZO OMBRA" di Laura Costantini

 

Buongiorno follower!
Alessandra Maria Starace ha letto per noi "Il ragazzo ombra
dell'autrice Laura Costantini, edito GoWare.


Autore: Laura Costantini 
Serie: Diario Vittoriano Vol.1
Genere: Narrativa storica

Casa editrice: GoWare

Disponibile in ebook a € 4,99
E in formato cartaceo a € 12,99

Contatti autore: Facebook - Instagram 



TRAMA:

Robert Stuart Moncliff è un romanziere e un ritrattista affermato. Nell’autunno del 1901 chiuso nel castello di famiglia, su una scogliera scozzese, rilegge il diario degli ultimi vent’anni.
Un’assenza pesa su di lui: la persona più importante della sua vita. Un tredicenne dagli incredibili occhi d’oro apparso come un’ombra, sotto la luna piena nell’aprile del 1881.
Nella lettura Robert rivive la gioia passata, unica cura per superare il giudizio della società vittoriana che ora lo condanna.
Il ragazzo ombra è il primo episodio della serie Diario vittoriano. 



Credo che leggere sia una bella esperienza. E lo credo ancora di più dopo aver letto Il ragazzo ombra di Laura Costantini. Amo (anche) la letteratura Lgbt, e, per questo, mi ero ritagliata un po’ di tempo da dedicare a un romanzo della trama che ritenevo intrigante. Ma non mi aspettavo un racconto così inetichettabile, dove il tempo e i luoghi assumono contorni elastici e talmente morbidi da sfumarsi alla perfezione nei sentimenti e nelle emozioni di personaggi tridimensionali, vivi e imprevedibili. Si tratta di una storia, semplicemente questo. Ed è raccontata con maestria, con una perfetta padronanza degli ambienti, dell’epoca, dei colori e degli odori speziati o stantii che fungono da palcoscenico al miracolo umano che sono la fratellanza, l’amicizia e l’amore.
Il ragazzo ombra non è un libro che culla il lettore in stereotipi di genere o in fantasticherie posticce, ma si preoccupa di parlare dell’anima di due adolescenti soli che crescono in due mondi (quello dell’India e quello dell’Inghilterra della regina Vittoria) ancora più soli. E lo fa con quella delicatezza disarmante tipica di chi vuole lasciare la possibilità agli stessi protagonisti di raccontare, di crescere, di sbagliare, relegandosi un ruolo da regista, come solo chi padroneggia completamente l’argomento può fare.
Un difetto? Avrei voluto sbirciare di più già nella cortina del primo capitolo del “Diario vittoriano”.
Per cui va da sé che leggerò tutto il resto. 
Consiglio questo libro a chi vuole regalarsi una narrazione struggente.


lunedì 13 marzo 2023

RECENSIONE "KURSK. MARINAIO, TI ASPETTAVO" di Gianfranco Sorge

 

Buongiorno follower, buon inizio settimana! 
Recensione: "Kursk. Marinaio, ti aspettavo" dell'autore Gianfranco Sorge, 
edito GoWare. A cura di Dario Zizzo. 


Autore: Gianfranco Sorge

Genere: Narrativa storica

Casa editrice: GoWare

Disponibile in ebook a € 4,99
E in formato cartaceo a € 12,35

Contatti autore: Facebook



TRAMA:

È l’agosto del 2000 e Nikolay Krasnov è un giovane di leva che per un colpo di fortuna si ritrova a bordo del sottomarino Kursk, esaudendo così il suo sogno di bambino. Fino a che, un incidente non porterà il gioiello della Flotta del Nord a inabissarsi nel mare di Barents. La tragedia del Kursk, noto fatto di cronaca che nel 2000 ha fatto scalpore, è rivissuta dall’autore in questo emozionante libro, attraverso i punti di vista di una delle vittime, dei suoi familiari e di Edvard, un giovane di leva non imbarcatosi per un incidente. Un lento immergersi in un abisso di emozioni, fino alla risalita in superficie, in cerca di redenzione. 



È un romanzo che parla del misterioso affondamento dell'omonimo sottomarino, vanto della Marina russa, nel 2000, all'inizio della leadership putiniana. Il protagonista è Nikolaj Krasnov (suo è uno dei punti di vista, scelta azzeccata, questa delle diverse "testimonianze" sulla tragedia) che s'imbarca nel Krusk, a cui questo così appare: 

Più che un sommergibile, gli sembrò quasi una nave da crociera oppure una elegante e futuristica astronave in grado di affrontare viaggi interstellari.

Un grande merito dello scrittore è quello di farci vedere le vite di persone che più o meno direttamente sono legate a quella che fu una vicenda dalla notevole eco, le vite nella loro quotidianità, come nel caso della famiglia del personaggio principale che va in visita dalla madre Anna prima della sua missione. Sorge riesce a farci respirare tutto il calore di quella casa, con la donna che prepara un pranzetto da leccarsi i baffi e gli fa trovare le sneakers sulle quali da tempo aveva buttato l'occhio, lui che rinviene una lettera d'amore che lei, da ragazza romantica, aveva scritto tanto tempo fa per il marito Boris, poi morto: 
Leningrado, 10 settembre 1969

Se potessi veramente averti vicino, sarebbe questa, per noi, una serata dolce dolce: riempiremmo le ore con nulla e con tutto. Forse mi chiederesti la ragione della mia scarsa loquacità e io ti guarderei negli occhi, ti chiederei di baciarmi piano, con tutta la bontà di cui è capace l'anima tua.

Ed è anche attraverso questa e altre lettere che il figlio riesce a ricostruire, uscendo dalle nebbie di un lontano passato, il suo rapporto col padre. Ecco, l'abilità dell'autore è la sua capacità di farci strada nei meandri della psicologia dei personaggi, fin dentro alla loro attività onirica (molto intensa), al loro inconscio, come nel caso di Anna (donna forte, generosa, il personaggio più riuscito, per me, tra personaggi ben riusciti) che, saputo dell'inabissamento del Kursk, in un incubo vede il suo Nikolaj minacciato da un serpente gigante con i colori della bandiera russa e gli occhi di Putin che tra l'altro dovette fare i conti col malcontento dei parenti dell'equipaggio e di una buona parte dell'opinione pubblica pronta nello stigmatizzare il ritardo con cui accettò l'aiuto d'Inghilterra e Norvegia che tentarono di salvare i superstiti.
Il libro di Sorge è un ottimo esempio di unione tra fiction e realtà, un romanzo che ripercorre quell'evento scioccante, il Titanic russo, la sconfitta bruciante, repentina, del campione della Marina, avvenimento che lo scrittore fa rivivere al lettore creando un clima di tensione, come se fosse in diretta. Cronaca e non storia. Una cronaca con esistenze vere, pulsanti, di donne e uomini che amano, odiano, si rallegrano, terrorizzano, che avevano progetti professionali e sentimentali, semplicemente desiderosi di vivere, prima che quel mostro li fagocitasse, senza che tutt'ora si sappia bene il perché. L'ulteriore prova che è sempre la povera gente a pagare il conto dei potenti, a morire molte volte senza un motivo, per proteggere verità che non si possono dire. Dunque, per questo l'opera di Sorge (che tra l'altro ci presenta le diverse tesi sulle cause dell'inabissamento) è un modo per ricordare chi finì i propri giorni in quella trappola mortale, chi finì per diventare un numero di quella macabra conta.


mercoledì 10 febbraio 2021

RECENSIONE "SE AVESSI AVUTO GLI OCCHI NERI" di Gianfranco Sorge

 

Doppia recensione: "Se avessi avuto gli occhi neri" dell'autore Gianfranco Sorge, edito GoWare. A cura di Daniela Colaiacomo e Dario Zizzo.


Autore: Gianfranco Sorge

Genere: Narrativa familiare

Casa editrice: GoWare

Disponibile in ebook a € 6,99
E in formato cartaceo a € 14,24

Contatto autore: Gianfranco Sorge



TRAMA:

Può il colore degli occhi incidere sulla vita di una persona, condizionandola?A seguito di un tentato suicidio, Stella finisce ricoverata in psichiatria e da lì prende le mosse il racconto della sua sofferta esistenza. Costretta a subire il matrimonio con Sebastiano, un uomo potente che non ama, tenterà di ottenere il proprio riscatto attraverso i figli. Santa, la primogenita, riuscirà a crearsi una vita indipendente. Carmelo avrà invece un’esistenza tormentata fin dalla nascita, quando il padre lo rifiuta perché non ha gli occhi neri come i veri “masculi siciliani”. Se avessi avuto gli occhi neri è anche un affresco della Sicilia dai primi del Novecento a oggi, che esplora la condizione delle donne siciliane, l’evolversi della famiglia, i mutamenti della società. Un viaggio alla ricerca di identità negate, della propria verità e del difficile percorso per accettarsi ed essere accettati. Una saga familiare dall’imprevedibile finale. 



Stella ha ottantacinque anni quando arriva all'ospedale in coma per aver tentato il suicidio. Il dottor Umberto Cusani, psichiatra al quale è stata richiesta la consulenza per il suo caso, si aspetta una vecchietta un po' svampita, che ha sbagliato il dosaggio dei farmaci per disattenzione, di certo è stupito nel trovarsi di fronte una donna vigile e attenta. 

Nonostante avesse il viso attraversato da innumerevoli rughe che s’infittivano lungo le guance ricordando gli incroci e gli snodi dei binari nelle stazioni ferroviarie, gli occhi emanavano una luce intensa, spiccando come due gemme di acqua marina su quel volto raggrinzito e irregolare, simile alla scogliera lavica del litorale che congiunge Catania ad Aci Castello. 

La vecchiaia non è riuscita a offuscare la bellezza di questa donna siciliana che con fredda lucidità, spinta dalle domande del medico, comincia il racconto della sua vita.
In Sicilia, a Troina, un paese agricolo della provincia di Enna, Stella vive la dura realtà delle donne relegate al ruolo di fattrici, soggette al dominio del maschio, subisce le prepotenze di Sebastiano Sperlinga, che minaccia la famiglia e la disonora inducendo la madre al suicidio per dare in eredità alla figlia quanto l'uomo pretende. 
Nel matrimonio con Sebastiano, anche se privo dell'amore che ha sempre sognato, Stella cerca di trovare equilibrio e serenità, e alla nascita dei figli, Santuzza e Carmelo, si dedica completamente alla loro cura. Santuzza, la femmina in un primo momento rifiutata in quanto tale, diventa il fulcro delle attenzioni di Sebastiano, e quando a distanza di anni nasce il figlio maschio, l'evento non suscita entusiasmo: Carmelo non ha gli occhi che dovrebbe avere un siciliano vero.

«Lo so che è figlio mio, ci mancherebbe anche questo, ma ha gli occhi azzurri per colpa tua. Sei tu che hai sangue bastardo, sangue normanno. Le tue ave se la saranno spassata con i conquistatori. Le vere femmine siciliane, serie e oneste, invece se ne stavano alla larga dai normanni...» 

Il disagio di Carmelo di fronte all'indifferenza del padre e l'orrore che il bambino prova quando gli sono richieste azioni crudeli, minano il suo equilibrio e nell'avanzare degli anni, mette in evidenza la diversità emotiva. 
Madre e figlio arrivano a cercare il gesto più estremo, insieme.
Salvati per puro caso da Sebastiano, questi impone al figlio di lasciare la famiglia e prendere la sua strada.
Inizia così la seconda parte del racconto il cui protagonista è Carmelo.
L'iniziale raccapriccio che le situazioni e le scene descritte magistralmente da Gianfranco Sorge, la violenza e i soprusi su Stella raccontati in modo vivido e percepibile, subisce una sorta di evoluzione quando la storia diventa quella di Carmelo - raccontata da Melissa - il suo disagio nell'essere uomo.

Come sempre affiorò la sensazione di essere una persona sbagliata. Se fossi nata femmina, nessuno mi avrebbe trattato così.» 

In un processo che delinea il cambiamento ma anche le radici della famiglia, Sorge racconta tre generazioni a confronto: da Stella del periodo pre e post guerra, Carmelo ai margini delle lotte universitarie e di classe, della fine degli anni '60 - appena accennate ma parte vitale del cambiamento del protagonista - e infine Aurelia, figlia di Santuzza, divenuta medico dopo la morte prematura della madre per cancro.
Il libro è un crudo spaccato della realtà che vivono i protagonisti, principalmente Stella e Carmelo, ma anche i personaggi di contorno che rendono le scene del vissuto concrete, dando al lettore la descrizione perfetta della società in cui sono immersi, in Sicilia come a Londra, e trascinano il lettore fino all'epilogo, imprevedibile e inatteso, nel quale Aurelia è protagonista assoluta.

Una parte di me aveva fatto proprio il motto delle donne della famiglia Sperlinga: Amare significa risparmiare sofferenze inutili a chi si ama. 

Scritto molto bene e assolutamente consigliato, il libro va letto nella consapevolezza degli aspetti brutali di alcune situazioni, l'empatia è forte, mentre, nella sua seconda parte, emerge la necessità di ritrovare se stessi, attraverso le radici del passato ma anche con la coscienza del valore della speranza nel futuro.



Romanzo storico, ambientato prevalentemente in Sicilia, che narra le vicende, dal primo Novecento al periodo coevo, delle famiglie Santoro e Sperlinga, unite dal matrimonio tra Stella e Sebastiano. L’Opera prende l’abbrivio dal ricovero in ospedale della prima, ormai ottantenne, per via di un tentato suicidio, dopo il quale affiderà parte delle sue memorie allo psichiatra chiamato a curarla, Umberto Cusani, stesso lavoro dell’Autore. I punti di vista sono proprio quelli del medico, di Stella e una nipote, Lucrezia. L’esistenza dell’anziana donna è stata segnata da un marito venale, dispotico e violento, espressione di una cultura machista e retriva, un personaggio ben riuscito, facile da odiare, rappresentante di una Sicilia sorpassata, proprio quanto detto dal sanitario alla donna: “Signora, la sua è una storia antica, di una Sicilia che non esiste più…”. Sempre nel nome di quella Sicilia, Sebastiano non amerà mai il figlio maschio, Carmelo, dagli occhi azzurri come la madre, e non neri secondo l’iconografia popolare del vero maschio siciliano (da qui il titolo del lavoro recensito), e follemente per questo la accuserà di avergli fatto un dispetto. Una grande tragedia familiare attraversa questo libro, quasi pare di sentire l’eco di “Mastro don Gesualdo” per via dell’incomunicabilità all’interno della famiglia e lo smodato attaccamento alla roba da parte di Sebastiano; sarà proprio la sua avidità a causare la morte della suocera. Profondo è lo scavo interiore all’interno dei personaggi, tra cui spicca Stella, una vinta, fin da giovane costretta a subire gli eventi, come il matrimonio con Sebastiano (spalleggiato da un mammasantissima) e altri che non anticipiamo al lettore. Il suo carattere non era remissivo, ma alla fine ha dovuto cedere perché da sola non poteva sfidare le convenzioni granitiche. Lei, provinciale, desiderava proseguire gli studi a Catania, ma ha rinunciato perché il padre vedeva la città come la sentina di ogni vizio, sognava di sposarsi con l’abito bianco ma ha dovuto accontentarsi di uno nero imposto dal lutto per la morte della mamma, insomma passa dal giogo paterno a quello maritale. Lo scrittore così definisce il personaggio principale: “dispersa come un granello sfuggito da una clessidra in frantumi”. Anche il sesso quasi sempre è un mezzo di sopraffazione, rappresentato in modo crudo, non alla luce soffusa di un abat- jour, ma sotto una più invadente, di un occhio di bue, potremmo dire, scelta apparentemente discutibile, non trattandosi di un romanzo erotico, ma giustificata, secondo me, proprio dal carattere predatorio. Stella appare come una donna forte, un’eroina, una di quelle che non fanno la Storia, la subiscono, mantenendo però tutta la loro dignità, piegandosi ma non spezzandosi: “Càlati juncu ca passa la china” (“Calati giunco fino a quando non passi la piena”), difendendo le proprie creature con le unghie e i denti da quello stesso uomo a cui, nonostante tutto, è stata sempre legata da un amore morboso, in una simbiosi, come quella di un’attinia col suo paguro bernardo, scrive Sorge. E davanti a lui, lei, una volta uscita dal nosocomio, assieme a due familiari ricorderà il passato, in una specie di processo contro il marito, quel passato al quale si sono sottratti i figli, mediante l’emigrazione, il cambiamento, la trasformazione. Lo stesso Carmelo, tra l’altro, nutre lo stesso amore malato verso Sebastiano. L’autore si rivela bravo nella descrizione delle tradizioni, degli ambienti, del mondo agricolo per esempio, dal quale proviene Stella, con le sue abitudini, che scandiscono il succedersi delle stagioni. Ci fa quasi sentire i profumi, i sapori. Rigorosa è poi la ricostruzione degli avvenimenti storici; la prosa fluida rende la lettura agevole. Un colpo da maestro il finale; solo per questo, ma non solo, vale la pena di leggere “Se avessi avuto gli occhi neri”.


mercoledì 1 luglio 2020

RECENSIONE "L'ULTIMO RINTOCCO" di Diego Pitea



Daniela Colaiacomo ha letto per noi "L’ultimo rintocco
dell'autore Diego Pitea, edito GoWare. 



Autore: Diego Pitea

Genere: Thriller psicologico

Casa editriceGoWare

Disponibile in ebook a € 6,99
e in formato cartaceo a € 17,99

Pagina autoreL'ultimo rintocco



TRAMA:

“L’essenza del male ha preso forma umana”. È questo che pensa Richard Dale, psicologo e criminologo, entrando nella camera da letto di un appartamento alla periferia di Roma. A terra giace una donna incinta con un taglio sopra il pube. Del feto nessuna traccia e sulla parete una scritta enigmatica: “Rosso”. A interpellarlo è Marani, il capo dell’Unità Analisi Crimini Violenti, per indagare sull’“Escissore”, un serial killer edonista, crudele e geniale, con il vezzo di lasciare sulla scena del crimine degli indizi che, opportunamente decifrati, permettono di risalire all’identità della prossima vittima. Coadiuvato dalla profiler Doriana Guerrera, Dale analizzerà, come in una macabra caccia al tesoro, le tracce lasciate dall’assassino, ma quando tutto sembra aver fine avrà inizio il vero incubo, che lo porterà a scontrarsi con le sue paure più profonde e con un nuovo rompicapo all’apparenza insolubile… fino allo scoccare dell’ultimo rintocco. 



Alle soglie del Ferragosto, Roma è avvolta da una cappa di calore rovente e umidità infernale.
Una serie di omicidi scuote la città: un serial killer, chiamato l'“Escissore”, edonista, crudele e geniale, uccide donne incinte sottraendo i feti dai corpi.
A condurre le indagini è il commissario Marani, capo della seconda sezione dell’U.A.C.V., l’Unità Analisi Crimini Violenti.
Data la particolare brutalità delle ferite sul cadavere rinvenuto alla periferia di Roma, Marani interpella Richard Dale, uno psicologo e criminologo, affiancato dalla profiler Doriana Guerrera.
Fin da subito è chiaro che Ada Landi non sarà l'unica vittima di questo crudele omicida: sulla scena del crimine, infatti, vengono rinvenute delle tracce, che, come una macabra caccia al tesoro, indicano il prossimo delitto. Dell'assassino nessun'altra testimonianza, solo gli enigmatici indizi per condurre le indagini verso la prossima vittima.
L'“Escissore” è sicuramente un uomo colto e capace; gli interventi chirurgici, precisi e calibrati, sono praticati sulle vittime anestetizzate ma vive, lasciate morire per emorragia.
Richard Dale è affetto dalla sindrome di Asperger, considerata da molti studiosi come una forma di autismo più lieve, “ad elevato funzionamento”, che gli consente di esprimere chiaramente sentimenti di affetto e attaccamento nei confronti della moglie e del figlio Samuele, ma manifesta anche le difficoltà di interazione sociale, i problemi di comunicazione, i comportamenti ripetitivi e stereotipati, l'iperattività e deficit dell'attenzione, e, soprattutto, l'ansia e la depressione.
Questa serie di omicidi metterà a dura prova la stabilità emotiva e mentale di Richard, perché, proprio quando il caso sembra risolto, comincia in realtà l'incubo, del quale sarà partecipe in prima persona.
È il primo libro che leggo di Diego Pitea e devo dire che mi ha scosso.
Indubbiamente l'autore ha la capacità di presentare il protagonista e i personaggi di contorno con una intensità e un'attenzione tale da immergere il lettore nel clima di tensione e ansia che gli eventi producono sugli stessi, e porta con il fiato sospeso all'epilogo, inatteso e agognato sin dalle prime pagine.
Dimostrando una notevole abilità linguistica, Diego Pitea descrive gli eventi in modo realistico ed efficace, sembra addirittura trasmettere il calore di quei giorni d'agosto, infernali e soffocanti, cosicché, a fine lettura, ho potuto finalmente trarre un profondo respiro.
Bravo, veramente bravo.


mercoledì 13 maggio 2020

"L'ULTIMO RINTOCCO" di Diego Pitea



Buongiorno follower!
Vi segnalo "L’ultimo rintocco" dell'autore Diego Pitea, edito GoWare.




Autore: Diego Pitea

Genere: Thriller psicologico

Casa editrice: GoWare

Disponibile in ebook a € 6,99
e in formato cartaceo a € 17,09

Pagina autore: L'ultimo rintocco



TRAMA:

“L’essenza del male ha preso forma umana”. È questo che pensa Richard Dale, psicologo e criminologo, entrando nella camera da letto di un appartamento alla periferia di Roma. A terra giace una donna incinta con un taglio sopra il pube. Del feto nessuna traccia e sulla parete una scritta enigmatica: “Rosso”. A interpellarlo è Marani, il capo dell’Unità Analisi Crimini Violenti, per indagare sull’“Escissore”, un serial killer edonista, crudele e geniale, con il vezzo di lasciare sulla scena del crimine degli indizi che, opportunamente decifrati, permettono di risalire all’identità della prossima vittima. Coadiuvato dalla profiler Doriana Guerrera, Dale analizzerà, come in una macabra caccia al tesoro, le tracce lasciate dall’assassino, ma quando tutto sembra aver fine avrà inizio il vero incubo, che lo porterà a scontrarsi con le sue paure più profonde e con un nuovo rompicapo all’apparenza insolubile… fino allo scoccare dell’ultimo rintocco.



DICE L’AUTORE: 

L’idea del libro mi venne di colpo, come tutte le trame dei miei libri, mentre passeggiavo in vacanza sul lungomare di Palermo. Definita la storia, avevo bisogno di qualcosa per il rompicapo del libro, ma per diverso tempo girai a vuoto. Mi serviva qualcosa di misterioso ma al tempo stesso reale, qualcosa che la gente avrebbe potuto riconoscere. La soluzione me la diedero le mie agenti letterarie di allora. Mi descrissero un oggetto strano che raccontava una storia straordinaria, quella che serviva per il mio libro. Ne restai talmente colpito che passando da Roma, con il libro già scritto, volli andare a vederlo. Non mi dilungo troppo per non rivelare nulla della trama. 
In questo libro compare per la prima volta la figura di Samuele, il figlio di Richard Dale, che avrà una parte fondamentale nel quarto libro e sono elencate alcune delle passioni di Dale - e mie: scacchi, pittura e le sue famose liquirizie.  



BREVE ESTRATTO:

L’uomo in tuta bianca passò loro copriscarpe di plastica, una cuffia e dei guanti azzurri. Li indossarono in silenzio e con movimenti esperti. Era una procedura familiare che eseguivano, ormai, con il pilota automatico, come una liturgia, come la vestizione del prete prima della messa. 
L’uomo porse loro un barattolo verde. Richard v’infilò controvoglia indice e medio, estraendo una sostanza cerosa bianca che si passò sotto il naso. Odiava quel maledetto odore, odiava quella sensazione di dita attaccaticce e il bruciore che lasciava per giorni, ma era un prezzo che pagava quasi volentieri. 
Il fetore stagnante proveniente dall’interno l’aveva convinto a non fare troppo lo schizzinoso. 
«Comincia la festa» fece all’indirizzo di Doriana. 
Lei annuì. Fece segno all’uomo in tuta bianca di precederli. 
Oltrepassarono una porta in legno con un buco al centro coperto da un foglio di compensato. Una lampadina pendeva dal soffitto e illuminava un corridoio con l’intonaco scrostato a chiazze irregolari. 
«La stanza è quella in fondo a destra» fece l’uomo con la tuta bianca. La voce attraverso la mascherina suonò falsa, metallica. 
Su un tavolinetto sulla sinistra, Richard vide due foto: nella prima una donna con in braccio un bambino di circa tre anni, lo sfondo leggermente sfocato, da cui s’intravedeva uno scivolo e un’altalena; l’altra ritraeva la stessa donna, quasi in primo piano, abbracciata a un uomo stempiato a cui mancava un incisivo; sorridevano, sembravano felici. 
I sorrisi, i figli, il cane. Lo aveva notato in diversi luoghi nei quali era stato per un omicidio: le persone ci tenevano a mostrare gli aspetti migliori della loro vita, come un esorcismo, come una barriera che tenesse lontano il male. Sarebbe stato bello, pensò. Purtroppo non era servito a niente. 
Oltrepassarono una cucina che si apriva sulla destra. Un tavolo bianco scheggiato in più punti e quattro sedie, una delle quali spaiata. Diverse macchie di umidità calavano dal tetto in corrispondenza dell’angolo più lontano; erano sul punto di ricongiungersi per attaccare la parte bassa del muro. 
Svoltarono a sinistra. La porta della stanza da letto. Il fetore, nonostante la canfora, si fece più intenso. Vennero investiti da un’aria pregna, che li avvolse come un sudario. Richard ebbe l’impressione che l’umidità fosse sul punto di condensarsi in tante piccole goccioline. 
L’uomo con la tuta bianca si scostò e, senza dire niente, ritornò indietro. 
Davanti, un ambiente quadrato tre per tre. Altri uomini in tuta bianca si muovevano in silenzio come in un rito pagano. Addossato alla parete di fronte vi era un letto con la testiera in ottone e sopra, appeso, un quadro che raffigurava la Madonna, i lineamenti del viso erano stati dipinti in maniera così approssimativa da farla sembrare un efebo. Uno degli uomini del team della scientifica si sporse sul letto, la macchina fotografica a pochi centimetri dal dipinto, per cogliere una scritta sulla superficie del vetro: “Rosso”. 

Degli schizzi di sangue tracciavano un solco immaginario che partiva da un lenzuolo candido, adagiato sul pavimento, di fronte al letto. Sotto, un corpo. 




BIOGRAFIA: Diego Pitea ha 45 anni e vive a Reggio Calabria, nella punta dello Stivale. Ha iniziato a scrivere a causa di un giuramento, dopo un evento doloroso: la malattia di sua madre. Il tentativo è andato bene perché il suo primo romanzo Rebus per un delitto è risultato finalista al premio “Tedeschi” della Mondadori, affermazione ribadita due anni dopo con il secondo romanzo: Qualcuno mi uccida. 
È sposato con Monica – quella del libro – e ha tre figli meravigliosi: Nano, Mollusco.


venerdì 27 dicembre 2019

RECENSIONE "ROSA DI MEZZANOTTE" di Amneris Di Cesare




Franca Poli ha letto per noi "Rosa di mezzanotte" dell'autrice Amneris Di Cesare, edito GoWare.





Autore: Amneris Di Cesare

Genere: Romance

Casa Editrice: GoWare

Disponibile in ebook a € 6,98
e in formato cartaceo a € 13,49

Pagina autoreAmneris Di Cesare 




TRAMA:

Annabella e il turbolento figlio diciassettenne Federico hanno deciso di passare una settimana a Roma. All’apparenza sembra un’innocua vacanza, ma non è così. Già in macchina da Bologna, diretti verso la capitale, Annabella si rende conto che il suo è un viaggio nel passato e deve fare i conti con un’estate romana di molti anni prima, quando si era innamorata di Gaetano, il padre di cui Federico non ha mai saputo nulla. Scoperta la sua identità, il ragazzo riesce a trovare lavoro nel vivaio della famiglia che da sempre gli è stata tenuta segreta. E così comincia a conoscere quel genitore silenzioso, che non ha mai avuto nella sua vita...
Tra segreti, sotterfugi e inganni, alla fine dell’estate Annabella e Federico scopriranno cosa il destino ha riservato alle loro vite. 



Inizio la mia recensione dicendo che la cover e il titolo sono, a mio avviso, azzeccati, in quanto all'interno del romanzo si parla di rose. Non di rose comuni, ma di una in particolare che ha a che fare con la protagonista, Annabella.
Mi è piaciuto molto questo libro. Ho apprezzato sia la storia di per sé che i vari personaggi. Ho trovato la scrittura accurata e fluida, i dialoghi veloci, frizzanti. Il romanzo è suddiviso in due parti più epilogo finale. La narrazione avviene al presente ed è corale. Nella prima parte si alternano nella narrazione Annabella e il figlio Federico. In questo modo il lettore ha la possibilità di entrare meglio nel racconto, di conoscere questi due personaggi che sono in pratica gli attori principali intorno ai quali si dipana la storia e con i quali interagiscono gli altri protagonisti. La seconda parte invece è corale perché saranno gli altri a raccontare gli avvenimenti che vedranno coinvolti madre e figlio.
L'autrice in questo caso è stata brava a non far ripetere ai vari protagonisti gli stessi avvenimenti, ma è riuscita a dare continuità alla storia anche quando cambiava il narratore.
Bella anche l'idea di iniziare ogni capitolo, che poi coincide con una voce narrante, con la data e il luogo, Bologna o Roma, in cui si sono svolti gli avvenimenti.
In questo romanzo si avvicendano parecchie persone, alcune positive altre negative, ma tutte con una personalità che le contraddistingue. Io sono riuscita a entrare in empatia con la maggior parte di loro, anche se con Annabella all'inizio ho faticato un pochino. Man mano che andavo avanti con la lettura ho iniziato ad apprezzarla, a capire il suo comportamento, a rendermi conto delle difficoltà che ha avuto da quando a diciassette anni si è ritrovata incinta e praticamente sola. Però non sono stata molto d'accordo con lei nel tenere il figlio, ormai diciassettenne, all'oscuro di un grave segreto che la riguarda. Per fortuna che si è confidata con Terry, la sua migliore amica. Posso dire senza ombra di dubbio che è una vera amica, una di quelle che vorremmo avere tutte noi. Mi è piaciuto molto il suo modo di fare. È stata vicina ad Annabella senza pressarla, l'ha aiutata senza chiederle nulla in cambio. Il giovane Federico è il classico ragazzo dei giorni nostri. Turbolento, sarcastico, all'apparenza disinteressato a tutto ciò che lo circonda, spesso in conflitto con la madre. Anche il linguaggio che usa è quello che si può sentire in giro. Ma sarà proprio così oppure è una facciata quella che mostra? A me è piaciuto, sono entrata in sintonia più facilmente con lui che con la madre. La sua infanzia non è stata facile, vuoi per la mancanza del padre, vuoi perché fin da piccolo era iperattivo, fatto sta che era considerato un diverso. Altri personaggi che ho ammirato sono Francesco, Ettore, e in ultimo Gaetano. Non vi dirò che ruolo hanno nella storia per evitare di svelare troppo, posso solo dire che a vario titolo hanno un legame con Annabella e Federico.
Solo due persone ho odiato, Simona e Virginia. Non si conoscono, ma, anche se con scopi diversi, hanno una cosa in comune... sono stalker.
Rosa di mezzanotte racconta la storia di Annabella che a diciassette anni si ritrova a crescere un figlio e a lottare contro i pregiudizi, sia dei genitori che della società. Di una giovane donna che, nonostante tutto, resta fedele all'uomo che l'ha resa madre, e che non sa di essere padre, senza però svelare a nessuno il suo nome, nemmeno al figlio. Racconta anche la storia di un diciassettenne, turbolento e sarcastico, che non ha mai rivolto domande sul padre, mostrandosi apparentemente disinteressato, ma che intimamente ne è incuriosito. Durante il viaggio che da Bologna lo porta a Roma, in compagnia della madre, Federico scopre il nome del padre. E sarà proprio nella capitale che il ragazzo riuscirà a conoscere da vicino quel genitore di cui non ha mai saputo nulla. Lo porterà, però, anche a prendere coscienza di una parte molto importante di sé.
È un libro che affronta parecchi temi molto attuali che vanno dal bullismo, all'essere diversi, dagli stalker, uomini o donne che siano, ai pregiudizi che ci sono ancora al giorno d'oggi. Però al suo interno possiamo trovare anche amicizie vere, diversi tipi di amore, e dei sentimenti profondi che raccontano realtà differenti e modi diversi di esprimere se stessi.
A questo punto non mi resta che complimentarmi con Amneris Di Cesare e consigliarvi questo libro al cui interno troverete una storia travolgente e coinvolgente che a me ha trasmesso tante emozioni.


martedì 17 dicembre 2019

"ROSA DI MEZZANOTTE" di Amneris Di Cesare



Buongiorno follower, buon martedì!
Vi segnalo "Rosa di mezzanotte" dell'autrice Amneris Di Cesare, edito Go Ware.




Autore: Amneris Di Cesare

Genere: Romance

Casa Editrice: GoWare

Disponibile in ebook a € 6,98
e in formato cartaceo a € 13,49

Pagina autore: Amneris Di Cesare 




TRAMA:

Annabella e il turbolento figlio diciassettenne Federico hanno deciso di passare una settimana a Roma. All’apparenza sembra un’innocua vacanza, ma non è così. Già in macchina da Bologna, diretti verso la capitale, Annabella si rende conto che il suo è un viaggio nel passato e deve fare i conti con un’estate romana di molti anni prima, quando si era innamorata di Gaetano, il padre di cui Federico non ha mai saputo nulla. Scoperta la sua identità, il ragazzo riesce a trovare lavoro nel vivaio della famiglia che da sempre gli è stata tenuta segreta. E così comincia a conoscere quel genitore silenzioso, che non ha mai avuto nella sua vita...
Tra segreti, sotterfugi e inganni, alla fine dell’estate Annabella e Federico scopriranno cosa il destino ha riservato alle loro vite.



BIOGRAFIA:

Amneris Di Cesare è nata a Sao Paulo del Brasile, vive a Bologna. ha collaborato con riviste femminili. Ha pubblicato il saggio “Mamma non mamma: la sfida di essere madri nel mondo di Harry Potter” nell’antologia benefica Potterologia: dieci as-saggi dell’universo di J.K. Rowling (CameloZampa Editore 2011) a cui è seguito poi l’ebook Mamma non mamma: le madri minori nell’Universo di Harry Potter (Runa Editrice, 2015); ha partecipato all’antologia collettiva di saggi Il Fantastico nella letteratura per ragazzi edito da Runa Editrice con un saggio “Cassandra Clare e l’esalogia di Shadowhunters” (2016). Il suo romanzo d’esordio, Nient'altro che amare (Edizioni Cento Autori, ) ha vinto il Premio Letterario Mondoscrittura nel 2013; nel 2014 è uscito Mira dritto al Cuore (Runa Editrice) e nel 2015 Sirena all’orizzonte (Amarganta). Direttrice di collana, scout e traduttrice per Amarganta fino al 2018, a giugno 2019 è uscita la novella Riportami da te per Delos Digital. Ha una pagina autore su Facebook: https://www.facebook.com/AmnerisDiCesare2/






DICE L’AUTRICE:

Come la maggior parte dei romanzi che ho scritto, Rosa di mezzanotte non sarebbe dovuto diventare un romanzo bensì restare racconto. Era sera, faceva caldo e improvvisamente mi venne in mente un'altra estate, afosa come quella. Solo che era l'estate della mia adolescenza, la prima esperienza fuori di casa ai primi di giugno, ospite da un'amica a Roma. Furono i due mesi più divertenti ed emozionanti della mia vita. Io, da sempre legata a regole ferree e orari rigidissimi in casa, mi ritrovai a vivere da anarchica, a non avere orari per rientrare né a pranzo né a cena, a restare fuori la notte fino all'alba e in compagnia di una moltitudine di ragazzi, tutti simpaticissimi e carichi di quella voglia di sperimentare che si ha solo a diciassette anni. Incontrai anche l'amore, quello estivo che svapora al primo accenno di pioggia autunnale. E mentre ricordavo, sorrisi, chiedendomi: “e se fosse andata diversamente con lui? Se per caso...”
Come mi accade sempre, iniziai a scrivere sul mio quadernino. Arrivai a metà della storia praticamente in una notte. E poi mi fermai. Mi succede spesso. Mi considero un'autrice dilettante nonostante i romanzi abbia scritto e pubblicato; scrivo di getto e mi lascio condurre dai miei personaggi. E faccio parlare loro senza filtri. Ed è capitato anche questa volta: uno dei personaggi che doveva restare “minore”, Federico, il figlio ribelle di Annabella... prese il sopravvento. Non era previsto, nel racconto doveva avere una parte marginale e invece mi innamorai di lui perdutamente. Lo lasciai correre a briglia sciolta. E alla fine mi sono ritrovata a dovermi fermare. Perché poi le “regole” di scrittura che negli anni ho appreso iniziarono a tallonarmi: non si fa, si deve fare una scaletta, così stai andando fuori tema, stai divagando, riprendi le redini della storia. Riprendere le redini della storia... significò fermarmi completamente. Non riuscire ad andare avanti.
Passò un anno e un'amica mi convinse a partecipare al NaNoWriMo, la competizione internazionale di scrittura. In un mese – Novembre – dovevo scrivere circa 50.000 parole. Ripresi in mano Rosa di mezzanotte e terminai concludendo con successo sia il romanzo che la competizione.
Poi spedii a una piccola casa editrice agguerritissima con la quale avevo già collaborato in passato sotto pseudonimo, GoWare. Non mi aspettavo affatto che mi confermassero l'acquisizione ma soprattutto, il colpo al cuore è stato il fatto che a scegliermi e a includermi nella sua collana I pesci rossi sarebbe stato nientemeno che Luigi Romolo Carrino, scrittore di grande valore e dalla critica tagliente. Con il cuore in gola ho lasciato che mi conducesse nel percorso successivo, quello dell'editing, un'esperienza ancor più esaltante del vedersi accettare un romanzo. Ho imparato tantissimo, Carrino è preciso, pignolo (lo dico come complimento), attentissimo ma anche paziente, disponibile e... affascinante. E questa collaborazione, questa esperienza di editing con lui è già la ricompensa più bella che un autore possa ricevere da un proprio testo.
Tutto il resto, davvero, per me conta molto poco.
Rosa di mezzanotte racconta la storia di una madre, Annabella, che si ritrova giovanissima a crescere un figlio e a lottare contro i pregiudizi, sia familiari che della società; resta fedele al ricordo dell'uomo che le ha regalato Federico, senza svelare però a nessuno dei due la loro esistenza. Diciassettenne, turbolento e sarcastico, il ragazzino non le ha mai rivolto domande sul padre, mostrandosi disinteressato ma invece intimamente curioso. E un viaggio, all'apparenza di piacere a Roma lo porterà a conoscere da vicino quel genitore di cui non ha mai saputo nulla ma anche a prendere coscienza di una parte molto importante di sé. Rosa di mezzanotte è sì una storia di diversi amori: sentimenti profondi che raccontano realtà differenti e modi diversi di esprimere se stessi.






BREVE ESTRATTO:

Bologna-Roma, 9 giugno, domenica

«Dai, che ce la fai!», grida Federico incitandomi. «Visto? Non ce l’hai fatta.»
«Quante volte devo ripeterti che il giallo non è un avvertimento ad accelerare ma il contrario? Se non si è già impegnato l’incrocio, bisogna fermarsi e aspettare il rosso.»
«Uffa, mamma, sei sempre così ligia alle regole tu!»
Lo guardo e sorrido. Sapesse come non è vero! Se avessi seguito le regole oggi lui non sarebbe qui, accanto a me, da diciassette anni ormai. È bello mio figlio. Non dovrei dirlo, ma non lo posso negare. Con quei capelli nero corvino, dritti e tenuti un po’ lunghi, spettinati e ribelli. E gli occhi, ancor più scuri e profondi che sembrano volerti entrar dentro e scrutare ogni cosa fin nei minimi particolari. Contornati da ciglia lunghissime, quasi femminili, che addolciscono lo sguardo e lo rendono più misterioso. Sospiro, pensando che probabilmente assomiglia al padre. Mi dico probabilmente ogni volta perché, strano a dirsi, il volto di suo padre non lo ricordo. So chi è, ricordo tutto di noi e della nostra brevissima storia e anche di come sia dolorosamente finita, ma il suo volto è nascosto da un alone di mistero che mi cela i dettagli di un viso che ho comunque molto amato.
Insisto, come ogni volta che penso a Gaetano, a forzare il perimetro dei ricordi e acciuffare un particolare in più tra i frammenti di memoria di quel periodo. Rivedo i capelli neri, belli, lisci, la mascella squadrata e forte, riesco a vedere la bocca carnosa e sensuale, quella la ricordo bene perché restavo ore a fissarla con ammirazione, come in trance, incantata a seguire i movimenti di quelle labbra, a immaginarle sulle mie, sulla pelle. I denti bianchi, perfetti, completavano un sorriso magnetico che dava linfa alla profondità dello sguardo intenso, pericoloso perché pregno di esperienza. Ma poi, per il resto, di quel volto il nulla. Vuoto totale. Ho ben impresse nella mente le sue spalle nude e tornite, i bicipiti gonfi e lisci, abbronzati e di una forza maschia che scappava dalla maglietta bianca perennemente indossata sopra jeans blu slavati. E il ricordo di quella sensazione di durezza, di quei muscoli massicci sul mio corpo quando mi avvolgeva tutta, trafiggendomi di un dolore buono di cui non ero mai sazia. E del mio tentare di ribellarmi, irrigidendomi.
A diciassette anni non volevo perdere la verginità. Avrei voluto donarla solo all’uomo che avrei sposato. A Gaetano sarebbero bastate due settimane per farmi capitolare e mandare a puttane i miei propositi di brava ragazza.
«Pronto? Ci sei? Sei connessa?»

Una mano mi sventola davanti alla faccia mentre la voce un po’ ironica e un po’ arrabbiata di mio figlio mi sveglia. Un’altra trance, di quella delle mie, che mi prendono di solito quando mi rifugio nel passato. Purtroppo non riesco a dimenticare, soprattutto non riesco a farmi risultare il presente più vero e concreto di ciò che ho vissuto in tempi ormai andati. È da sempre il mio più grande difetto: vivo tra le nuvole di un passato che non tornerà più. 





mercoledì 17 luglio 2019

"IL SEGRETO DELLE VIOLE" di Antonella Grimaldi



Buongiorno follower!
Vi segnalo "Il segreto delle viole", il romanzo dell'autrice Antonella Grimaldi. 






Autore: Antonella Grimaldi
Genere: Narrativa contemporanea

Casa editrice: GoWare

Disponibile in ebook a € 4,99
e in formato cartaceo a € 10,19

Contatti: Antonella Grimaldi 





TRAMA:

In una notte d’inverno, Chiara ricorda uno dei pittori che più hanno segnato la sua carriera di storica dell’arte, Caravaggio, il pittore capace di illuminare il buio. E allora, riesce a guardare nell’abisso dell’amore di Massimo, l’unico ad amarla immensamente e ad averla fatta soffrire in modo indicibile. Decide così di scrivere a Luca, il suo compagno, per raccontargli di sé, di come l’amore l’avesse sempre sfiorata senza mai toccarla, della speranza di incontrare qualcuno da amare, del suo incontro con Massimo e della violenza in una notte di inizio estate. La rivelazione colta nella pittura del Caravaggio la porta a dialogare con il suo compagno e a prospettargli tutti i suoi dubbi, mentre l’amore per la libertà la spinge a ritornare nella sua campagna: aspetterà che le viole e le rose di sua madre spargano il loro profumo nel giardino; ascolterà il vento che soffia tra le colline; si affiderà al suo segreto, la vita, che sta per riservarle ancora una sorpresa.




BIOGRAFIA:

Nata a Vinci, è una studiosa di Storia del Cristianesimo e del Risorgimento. Ha pubblicato articoli e monografie su questo periodo storico, dedicando particolare attenzione a figure e momenti del Risorgimento genovese e casalese. Da un po’ di tempo, si dedica anche alla scrittura di romanzi per completare il suo profilo culturale e rispondere in modo concreto alla sua passione letteraria.
Nel giugno del 2018 ha esordito nel campo della narrativa con il romanzo Il segreto delle viole (Firenze, goWare). Successivamente, la sua short story, Il corpo di Emma, si è classificata prima al VII Concorso internazionale di poesia occidentale e haiku di Genova. Il suo secondo romanzo, La voce di Eloisa, anch'esso dedicato alle indagini del commissario Antonio Conte, uscirà a breve presso Edizioni Ensemble.
Vive in campagna, in provincia di Firenze, città nella quale trascorre molto del suo tempo per ragioni di studio. Ama leggere, ascoltare musica -barocco veneziano, Battisti e De André- e si diletta facendo lunghe passeggiate in compagnia del suo cane, Titti.



DICE L’AUTRICE:

L'idea di scrivere questo romanzo è nata passeggiando in compagnia del mio cane per la campagna, in cui vivo Pensando a quanto fosse bello ciò che stavo vivendo, ho compreso l'importanza della bellezza per la vita di ognuno di noi. La bellezza ci consola e ci dà la forza di andare avanti, ci dà una meta alla quale tendere mettendo da parte le brutture, le meschinità, le cattiverie che la vita somministra in maniera abbastanza spietata.
Ho compiuto i miei studi universitari animata dalla convinzione che non vi fosse nulla di più prezioso della possibilità di studiare e, così, ho continuato per tanto tempo a studiare, scrivere, documentarmi, ma quando a sera mi sentivo stanca, immancabilmente, trovavo il mio sollievo leggendo un bel romanzo. Ho impiegato un bel po' di tempo per rendermi conto di quanto quella parentesi -aperta sul treno, che mi riportava a casa, e chiusa nel mio letto prima di spegnere la luce- fosse per me vitale. Tuttavia, quando l'ho fatto, l'ho fatto per bene e ho cominciato a scrivere. È accaduto, durante una delle mie ricerche: lavorando su un racconto inedito, Una monaca nel 1849, ho preso atto di quanto quell'esperienza fosse gratificante e di come mi donasse un sentimento di indescrivibile pienezza.
Da allora, ho continuato la mia vita di sempre: studio, scrivo, mi documento; ascolto De André e Vivaldi; e faccio ancora le mie lunghe passeggiate con il cane. Ho un problema in più, perché trovare il tempo per scrivere non è affatto semplice. Eppure, sono felice.



BREVE ESTRATTO:

Scesi il pendio della collina. La Magia riposava tra la folla degli alberi. In quell’angolo, risparmiato ai vigneti, dimoravano piante di ogni genere, fiori i più svariati, rose odorose e variopinte, antiche o singolari. La vita della Magia aveva un respiro più grande dello stesso universo. La sensazione di immobilità era pesante. Mi concentrai nell’ascolto di ogni lieve rumore per essere sicura che il tempo continuasse a scorrere, ma più ascoltavo, più mi pareva di vivere un’esperienza di assoluta sospensione. Guardavo gli alberi e i fiori a me vicini, e più ne vedevo, più mi pareva che lo spazio si dilatasse nell’immensità, al di là della mia capacità di vedere e comprendere. La sovrabbondanza dei colori, la ricchezza del roseto mi stordivano e mi conducevano verso la scoperta di quella vitale armonia creata dal susseguirsi della malva, del rosso acceso, del giallo e del viola, finché non giunsi in quella radura che somigliava a un romantico giardino segreto fatto di fiori rosa e bianchi. Gli sciami di cespugli, i cespi di lavanda, di rosmarino, di salvia, di ruta, di artemisia e santolina disperdevano nell’aria i loro profumi e legavano lo sguardo al rincorrersi dei fiori e delle piante. Tutta quella bellezza era frutto del caso, cioè del lavorio continuo di mia madre che, appena vedeva uno slargo vuoto, subito l’occupava. La mattina dopo mi svegliai che il sole era già alto. Dalla finestra della mia stanza potevo scorgere la parte più lontana del giardino, dove c’erano solo alcune rose fra i cipressi e i lecci. Quel boschetto era sempre stato luogo dei miei ricordi di bambina, e quello di mia madre che un giorno se n’era andata nel bosco in cerca di violette e primule da trapiantare nel nostro giardino, era il più caro. Io non avevo approvato la sua scelta ma, dopo che con il trascorrere degli anni avevo visto le viole nascere ovunque e sentito il loro profumo effondersi copioso, in silenzio, l’avevo ringraziata per quella sua passeggiata solitaria. Le viole non sono fiori da niente. Il loro colore custodisce il segreto della complessità della vita, del labile confine che la separa dalla morte, del suo essere sospesa tra la terra e il cielo. Il loro profumo è una promessa di vita, un segreto da difendere. E anch’io custodivo un segreto, anch’io emanavo il fresco profumo della vita perché continuavo a spargere vita. Mi venne da sorridere, quelle violette non avevano commesso lo sbaglio di dimenticarsi di se stesse come avevo fatto io in quell’attimo, quando avevo dimenticato il vento che mi aveva fatto volare libera, il candore di Gina, l’amore di Lauretta, le poesie di Maria, il primo bacio dei miei genitori. Ma il mio segreto era rimasto intatto. La bambina che aveva aspettato fiduciosa l’avvenire era sempre viva, la ragazza che aveva sognato l’amore era lì, tra quelle viole. Il mio segreto ero io. Il mio segreto era in movimento, cambiava insieme a me. Era stato lo sbaglio di un attimo. Era divenuto la forza che mi faceva andare avanti, gli occhi che scrutavano le opere dei miei pittori in cerca di risposte. E così potevo capire il fascino dell’Autoritratto come allegoria della pittura di Artemisia, potevo finalmente leggere lo sguardo del Cristo risorto di Piero della Francesca, potevo accettare la potente attrazione che nutrivo nei riguardi di Caravaggio. Io, una povera assegnista senza una seria prospettiva di carriera accademica, ero in grado di comprendere l’amore per la libertà di Artemisia, l’immenso coraggio del Cristo di Piero. E, al termine del mio supplizio, potevo finalmente spiegarmi perché fossi rimasta senza fiato di fronte alla Cena in Emmaus di Caravaggio. Fino al giorno in cui visitai la Galleria dell’Accademia di Milano, avevo amato la pittura degli impressionisti più di ogni altra e goduto della bellezza della luce pura che impregnava di sé i colori. Ma quella domenica mattina, quando vidi per la prima volta la Cena in Emmaus, ne rimasi così colpita da pensare di non conoscermi affatto. Nei mesi seguenti esitai a lungo consumandomi nel dubbio, giudicando il mio turbamento più dovuto al rancore per le mie amiche, che mi avevano lasciata da sola, che al quadro in sé. Qualcosa di irresistibile, una specie di timore nei confronti della pittura di Caravaggio, mi accompagnò, vivo e silenzioso, negli anni che seguirono. E ora capivo che il chiaroscuro, per il grande pittore, non era soltanto una tecnica pittorica, era scienza della vita così com’è fatta di luci e ombre, di contrasti. Soltanto chi sapeva questo poteva raffigurare la Vergine morente con le sembianze di una donna del popolo annegata nel Tevere, capire che l’ombra nel mio passato era l’effetto della luce che avevo acceso sulla mia vita aspettando l’amore. Se non avessi brillato di quella luce, Massimo non mi avrebbe mai voluta, non con quella forza. Se non l’avessi avuta dentro di me, non avrei mai sfidato l’oscurità di quella notte né il suo desiderio.