martedì 11 giugno 2019

"LE STREGHE DELLA PORTA ACCANTO" di Anonima Strega



Buongiorno follower, buon martedì!
Nuova pubblicazione per l'autrice Anonima Strega che, a distanza di un anno, torna con una nuova appassionante storia. 




Autore: Anonima Strega
Genere: Urban Fantasy - Paranormal Romance

Disponibile in ebook a € 1,99
e in formato cartaceo a € 9,90


Pagina autoreAnonima Strega 






TRAMA:

La differenza di età può diventare un problema secondario, se devi nascondere la tua natura di strega.

Quando Vanessa viene accolta nella casa di zia Miranda, l’ultima cosa a cui pensa è l’amore, perché ha bisogno di concentrarsi su quanto ha appena scoperto. Non è mai stata una cima, i suoi interessi sono assai materiali, quindi dovrà sforzarsi parecchio per imparare a convivere con la sua natura di strega. Deve maturare, così come la zia farebbe meglio a lasciar andare il fantasma del suo antico amore. La vita della bella Miranda è un allegro caos fatto di magie da nascondere agli abitanti del quartiere, soprattutto a quegli affascinanti comuni mortali che si sono trasferiti nella villetta di fronte: lo scapestrato Diego e il giudizioso figlio di lui, Manuel. Il primo sarebbe perfetto per Miranda, il secondo per Vanessa. Peccato che, oltre alla ‘normalità’, i due hanno un’altra caratteristica che scombina i piani e le protezioni magiche delle streghe: Diego è attratto dalle belle ragazze, mentre Manuel dalle donne mature...

Una fiaba allegra e moderna sull’importanza di accettarsi al di là di difetti e differenze.



BIOGRAFIA:

ANONIMA STREGA si occupa da sempre di tematiche legate all’occulto. Preferendo tutto quanto concerne l’universo femminile neopagano, è di conseguenza al contempo molto romantica, anche se l’oggetto dei suoi desideri esce spesso dalle righe, così come i personaggi delle sue storie. Crede fermamente che gli elementi del creato siano guida e strumento, sia per le streghe, sia per i protagonisti di avventure d’amore paranormali, come quelli della trilogia “Le spose della notte”, della raccolta “Killer di cuori e altri semi” e dei romanzi “Spettabile Demone”, “Il Diavolo e la Strega”, “L’Alchimista Innominato”, “Pandemonium Road” e “Legione magica” (in quest’ultimo ritroviamo alcuni personaggi sia di “Spettabile Demone” sia della trilogia). Dopo l’anno sabbatico dedicato alla serie mystery della sua metà ‘non oscura’ Mia Mistràl, “In cima al cuore”, è tornata nel mondo della magia con “Le streghe della porta accanto.” In una vita precedente ha già avuto a che fare con i libri, ma i vaghi ricordi sono perlopiù negativi, e per libertà di movimento si dichiara disinteressata a qualsiasi proposta editoriale. Il suo antro è situato in un luogo nascosto, custodito da una gatta nera d’angora e una coppia di anziani troll norvegesi. Da lì dispensa consigli magici attraverso anonimastrega.blogspot.it



DICE L’AUTRICE:

"Dopo l'anno sabbatico dedicato alla mia metà non oscura Mia Mistràl e la sua serie In cima al cuore, ho deciso di tornare al fantasy come Anonima Strega, tuttavia abbandonando per una volta scenari oscuri e orrorifici. Con Le streghe della porta accanto mi riprometto difatti di giocare di più con l'umorismo, con la speranza di strappare qualche sorriso. Il romanzo breve è strutturato in modo da presentare il punto di vista di ciascuno dei quattro protagonisti in paragrafi separati all'interno di ogni capitolo, in terza persona, mentre la cornice del prologo e dell'epilogo è dedicata a... una gatta, in prima persona. Attenzione al felino soprattutto quando il punto di vista non è il suo, perché niente è guidato dal caso."






PROLOGO:

Arrivò un giorno di maggio con la corriera delle diciassette e trentacinque e portò con sé lo scompiglio.
Scese da sola al limitare del quartiere, alla fermata davanti al numero uno del Viale delle Rose, mentre un forte vento si levava da ponente.
La campagna soleggiata scivolava piano tra le prime villette fiorite e le folate accompagnarono il rumore del mezzo che si allontanava placido lungo il viale. Subito, il silenzio rimasto fu invaso dallo scoppiettio dei tacchi e la osservai ancheggiare sul marciapiede, la borsetta agganciata all’incavo del braccio, gli occhiali da sole che nascondevano il viso.
Io riposavo come d’abitudine sul muretto della signora Evelina e indugiai con la zampetta tra i denti, disturbata nella mia trentunesima azione quotidiana di toeletta.
Capii all’istante che si stavano avvicinando guai.
Non per il portamento antipatico, con quel mento sollevato e l’andatura di chi è oltremodo sicuro di sé, quanto perché sapevo ben riconoscere blu, verde, giallo e violetto, mentre la mia vista felina sarebbe stata in grado di distinguere quel tailleurino rosso acceso, che sfumava nell’arancio, solo se lei fosse stata come Miranda, la mortale non comune con cui trascorrevo la maggior parte del mio tempo libero.
Un’ultima ventata virò sulla ragazza, portandole via il cappello a larghe falde, e i lunghi capelli lucidi e neri, simili al mio pelo, sfidarono per un attimo la gravità.
«Tu!» strillò, puntandomi un dito contro. Il cappello era diventato un puntino lontano nel cielo. «Fallo tornare subito qui!»
Le feci la carità di osservarla per la bellezza di tre secondi, poi girai il deretano e me ne andai, schifata da cotanta idiozia.
«Guarda che lo so che mi capisci» mi urlò dietro, senza tuttavia ottenere le mie attenzioni. «Poi facciamo i conti.»
Immaginavo già la ragione per cui si trovava lì. Di sicuro era la stessa che tanti anni addietro aveva portato Miranda da zia Gigliola, e prima ancora Gigliola da Priscilla, e la mia amica avrebbe avuto il suo bel daffare per domare quella ragazza, ottenendo – ci avrei scommesso un profumatissimo pacco di croccantini appena aperto – l’esatto contrario.
Oppure no.
Avrei dovuto metterci lo zampino, prima o poi, facendo attenzione a non lasciarlo nel lardo come succedeva a certe cretine di mia conoscenza.
A quel tempo ero tigrata, forse alla terza o alla quarta vita, Gigliola era ancora in questo mondo, e ricordo che faticò parecchio per tenere a bada la giovane Miranda.
Mi chiedevo se ci fosse mai riuscita, visto che, al di là degli anni, mi sembrava sempre la stessa.
Velocizzai il passo e mi intrufolai in una siepe per tagliare la strada e arrivare prima della ragazza a casa di Miranda.
Il quartiere della Serenella si configurava come una sorta di minuscola frazione della vicina cittadina ed era perlopiù raccolto lungo il Viale delle Rose, che in quel periodo dell’anno mandava da ogni giardino un profumo tanto forte che quasi sapeva di fermentato. Mi sentivo già ubriaca e poco propensa a sopportar grane, per dirla con un eufemismo, ma Miranda mi nutriva quotidianamente e andava avvisata.
Sgattaiolai dunque in senso letterale sul retro della nostra casetta verde, perché sapevo che Miranda teneva sempre la porta sul retro aperta per me; attraversai la cucina e mi fiondai sulle scale che conducevano al piano di sopra, giacché avvertivo una terza presenza, e io sapevo bene di chi si trattava.
Detto fatto, Miranda neanche mi vide, quando sedetti nel vano della porta aperta.
Era tutta intenta a contemplare il grande amore della sua vita.
Ammettevo che lui fosse davvero carino, con quei capelli scompigliati di un bel biondo tiziano uguale al suo, soprattutto perché gli occhioni verdi e la barba incolta lo facevano rassomigliare a un mio simile. Peccato però che fosse morto da una quindicina d’anni e Miranda avrebbe dovuto rispedirlo di corsa nella sua urna cineraria, prima che la tizia antipatica suonasse il campanello.
«Miao» tentai, non troppo convinta. Invero Miranda continuò a idolatrare il suo amore. E il fatto che lei avesse superato la quarantina, mentre lui era dipartito quando ancora di anni non ne aveva compiuti trenta, non rendeva l’immagine stonata. Stavano bene insieme. Lei era bellissima e giovanile nella sua veste floreale da sacerdotessa perfetta. Era il sorriso di lui che col tempo si era immalinconito, perché lei avrebbe dovuto infine lasciarlo andare. Magari avrebbe potuto addirittura reincarnarsi in un gatto, vai a sapere se gli stava negando quell’opportunità di evolversi. «Miao» insistei allora.
«Credo che la gatta voglia dirti qualcosa» mormorò lui, indicandomi.
«Anch’io dovrei dirti una cosa.»
La propensione all’egocentrismo di Miranda non mi sarebbe stata d’aiuto, me lo sentivo.
«Cos’è successo?»
«Presto arriverà mia nipote, starà qui per un po’ e credo che nei prossimi giorni non potremo vederci come al solito, di sicuro non...»
«Miranda, ma è una bellissima notizia! Starai in compagnia, penserai meno a me, andrete a divertirvi, incontrerete nuove persone.»
«Veramente verrà qui per lo stesso motivo per cui venni io.»
«Si sono manifestati i poteri di famiglia?»
«Ancora la situazione non mi è chiara, perché mia sorella al telefono è stata vaga e lei non se ne intende un granché, le basta che mi occupi di Vanessa.»
«E quanti anni ha, ora, la nipotina?»
«Ventuno.»
«Così grande? L’ultima volta che l’ho vista, mi arrivava qui.» E stese un palmo accanto ai fianchi.
«Non ricordarmelo.»
«E invece sì, devi renderti conto di tutto il tempo che è passato e di tutto quello che hai perso. Io ti amo, e ti amerò per sempre, ma tu stessa ultimamente mi hai detto che cominceresti a non disprezzare un uomo un po’ noioso ma tranquillo, pantofolaio ma rassicurante, che ti faccia compagnia, che ti aiuti nelle faccende di tutti i giorni che non riesci a sistemare da sola con la magia, un compagno vivo.»
«Te l’ho detto solo per farti contento, perché tu insisti così tanto.»
«Lo faccio per il tuo bene, io...»
Il campanello, come prevedibile, trillò, e la coda mi sbatté nervosa alle spalle, prima da un lato, poi dall’altro. Odiavo il sentirmi inutile, e Miranda non si stava impegnando ad andare avanti, né in quella situazione, né nella sua vita in generale.
«Ignazio!» tuonò Miranda con voce perentoria. «Torna nell’urna!»
Come la folata di vento che aveva portato quella Vanessa, un turbine si avvolse intorno alla figura di Ignazio e lo risucchiò all’interno di un vaso che Miranda custodiva sul comò.
La precedetti mentre si dirigeva verso le scale, con un rapido slalom tra le sue gambe. Mi divertivo sempre un sacco a vederla sbandare, anche se lei si arrabbiava. Rallentai solo nel salotto d’entrata al piano di sotto, per passeggiare lungo la spalliera del divano, intanto che la vecchia zia Gigliola, dalla foto sulla mensola del camino, mi faceva cenno con un’occhiataccia di guardare qualcosa là fuori. Il fastidiosissimo sentore di grane mi suggerì che non si trattava solo di Vanessa.
Corsi dunque veloce sul prato antistante alla villetta, quando Miranda aprì la porta, e finsi di non sentire la ragazza che mi apostrofava: «Gattaccio malefico, me la pagherai!»
«Che ti ha fatto?»
«Tutti i gatti parlano con le streghe e invece...»
«Ssshhh!»
Mi allontanai lungo il vialetto di entrata, dando poco peso ai loro discorsi, e guardai la strada. Prima di qua e poi di là.
Niente macchine.
Via libera.
Ce n’era però una parcheggiata davanti alla casa di fronte. Nessuno ci viveva da tantissimi anni, per cui ero curiosa di capire cosa avesse voluto dirmi la vecchia con quell’occhiataccia dalla cornice. Sentivo dei rumori, delle voci di uomini, e tutto quello andava ad assommarsi al fastidiosissimo sentore di grane. La coda continuava a schizzare qua e là per il nervoso, perché avevo il presentimento che le mie abitudini sarebbero state sconvolte da tutti quei nuovi arrivi. Ed era chiaro, che si trattava di un altro nuovo arrivo, visto che la porta era aperta e l’ingresso appariva pieno di scatoloni.
Non mi aizzavano a entrarci, perché erano stracolmi, non c’era neppure un buchino in cui infilarsi, e soprattutto non sapevo a chi appartenesse quella voce che urlava con non troppa gentilezza: «Diego!» Qualche parolaccia sconnessa, un bell’animale umano moro sulla ventina che sbatacchiava qualcosa sulle scatole. «Non hai fatto ancora niente?»
Lo seguii quatta quatta fra gli scatoloni, non mi notò nemmeno sulle scale, e mi affacciai solo un pezzettino dallo stipite di una camera.
C’era un altro bell’animale umano moro, più sull’età di Miranda, stravaccato su un materasso poggiato per terra. Neanche un lenzuolo, tanti altri scatoloni intorno, tre bottiglie di birra vuote lì per terra.
«Non urlare!»
Il cuscino perlomeno c’era, seppur senza federa, perché il tizio sul materasso, che doveva essere quel tal Diego, se lo era appena piantato sulla testa.
«Ma come?» continuò invece a urlare quello più giovane. «Io ho lavorato per tutto il giorno e tu non hai messo a posto neppure una scatola? Guarda che entro le otto arriva il camion dei traslochi e...»
«Vai piano, vai piano!» Diego quel “piano” se lo tenne tutto per sé, perché si sollevò in maniera così lenta che i miei occhi allenati alle code di lucertola stentarono a decifrare il movimento. «Mi sono svegliato ora.»
«Io non ci credo.» Il ragazzo sbuffò, scuotendo il capo e allargando le braccia, per poi lasciarle ricadere inerti lungo i fianchi; infine cominciò a raccattare qualcosa qua e là. Le bottiglie. Dei fazzoletti di carta. «Non posso fare tutto da me.»
«Che fretta c’è?»
«Il camion!»
«Mica se ne andranno senza aver scaricato.»
«Ma dove mettono la roba? C’è un casino di sotto...»
«Non potevi mettere a posto tu?»
«Bravo! Io sono a fare il marito in affitto da stamattina. Ho aggiustato il lavandino di una novantenne, imbiancato il ripostiglio di un’ottantenne, tagliato l’erba nel prato di un’altra ottantenne...»
«Tutte vedove appetibili?»
«Ora non esagerare, comunque mi pare un posto carino, le signore sono gentili, mi hanno dato da mangiare. Mi manca solo questa qui di fronte. Quando ho suonato, non c’era nessuno.»
«Visto che ci sei già tu a intrattenere rapporti di buon vicinato, a cosa potrei mai servire io, se non a far danni?»
«Ecco, appunto, potevi darmi una mano almeno in casa nostra.»
D’un tratto, il ragazzo si voltò per uscire e io mi nascosi nel buio del corridoio.
«Manuel!» Qualcosa mi disse che, anche se il ragazzo non tornò indietro, Diego stava chiamando lui. «Mi faresti un caffè?» E poi uno starnuto. «Per caso è entrato qualche gatto?»
Ci mancava il comune mortale allergico al mio pelo...
Be’, per quanto litigiosi, non mi sembravano un pericolo, perlomeno non imminente, dunque nell’occhiataccia di Gigliola doveva nascondersi qualcosa di profondamente umano che mi sfuggiva e, in genere, le cose profondamente umane che mi sfuggivano riguardavano sentimenti svenevoli come quello che legava Miranda al fantasma di Ignazio.
Scesi giù per le scale, approfittando del fatto che Manuel pareva essersi spostato in una stanza del piano di sotto. A sentire dall’odore, si era arreso e stava preparando il caffè a Diego.
Zigzagai di nuovo tra gli scatoloni, curiosando qua e là, poi uscii all’aria aperta per godermi gli ultimi raggi di sole della giornata.
Un sacco di cianfrusaglie abbandonato nel prato. Una moto sotto una tettoia del giardino. Uhmmm... rumore odioso.
Non mi sentivo per niente soddisfatta.
Non solo c’erano cambiamenti in arrivo, ma sarebbe stato indispensabile tenere le vibrisse in tensione per captare segnali nell’aria.
Quello avrebbe potuto rivelarsi divertente, da un certo punto di vista, anche se ne avrei fatto volentieri a meno.
Ma ancora non sapevo quanto avrei dovuto faticare. 


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