lunedì 23 aprile 2018

"CARMINEIDE" di Danilo Cannizzaro



Buon pomeriggio lettori folli!
Vi segnalo "Carmineide" - Premio Nazionale Letteratura Italiana Contemporanea V Edizione - di Danilo Cannizzaro, edito Laura Capone Editore.







Titolo: Carmineide
Autore: Danilo Cannizzaro
Genere: Narrativa italiana

Casa editrice: Laura Capone Editore

Disponibile in formato cartaceo a € 14,00







TRAMA:


Con "Carmineide" il lettore compie due viaggi: il primo, evidente, attraverso una Sicilia dalle caratteristiche, si potrebbe dire, folcloristiche, che non manca di conquistare; il secondo, in parallelo, è un viaggio nella lingua italiana, omaggiata, rivisitata, reinventata, arricchita. I due protagonisti, Filippo, studente universitario aspirante filosofo, e il suo amico Carmino, meno acculturato, più rustico, sanguigno e spontaneo, accompagnano il lettore tra esperienze mediche di dubbia deontologia, viaggi al limite del surreale e incontri quantomeno equivoci di varia natura da vecchi assorti seduti in mezzo alla campagna, a scannatùri dì lupi, a ventriloqui dalle personalità multiple. Con uno stratagemma metanarrativo, l'autore stesso diventa il terzo protagonista del romanzo, rivolgendosi a tratti direttamente al lettore e spesso inframezzando la narrazione con aneddoti che, ovviamente nella finzione, in qualche modo interrompono la scrittura. 


Sono essi, Filippo e Carmino, entrambi personaggi affatto diversi – il primo, studente affetto da manie filosofico-speculative, il secondo, novello scudieroantropomorfo, inconsapevole (per sua salvezza) delle miserie e dell’emarginazione da cui soltanto la sua unicità riuscirà a riscattarlo – viaggiano in una Sicilia dell’anima, intima e collettiva allo stesso tempo, visualizzata attraverso una deformazione grottesca che coglie e restituisce al lettore una visionaria fisionomia barocca. 
Viaggiano, ma solo in tempi differiti acquisiranno nuova consapevolezza di sé stessi, e contezza dell’esperienza ricavata imbattendosi in figure enigmatiche e malinconiche che spiccano emergendo dai racconti delle rispettive storie tragiche e paradossali. 




BIOGRAFIA:

Danilo Cannizzaro nacque (ma forse è più corretto dire: ritornò in vita) in un laboratorio posto di fronte alle coste cartaginesi, all’incirca un cinquantennio addietro i nostri giorni, a causa della rottura della fiala in cui un fattucchiere alchimista teneva segregata la sua anima dannata.
Ben presto si trovò spaesato in un mondo di rapidissimi, frenetici mutamenti, e sperimentò quindi con scarsi risultati l’integrazione con gli umani: come è ben noto, il diverso “sciocca”, laddove, per contro, il “gruppo” infonde sicurezza.
Allo scopo di riscattarsi, e al contempo per sbarcare il lunario, si diede – pratica ancor oggi frequentata – alla satira, all’invettiva contro la specie che mai del tutto riesce ad accettarlo, in quanto extra-extracomunitario.
Morirà tra non molto, essendo la sua fabbricazione sottoposta a improrogabile, fisiologica scadenza genetica, cosa che non desta poi troppo scalpore, poiché, si sa: su questa terra, 
“…tout passe, tout lasse, tout casse…”







DICE L'AUTORE:

Non avendo beneficiato della fortuna di avere dei genitori alcolizzati, ho pertanto dovuto degenerarmi con molto impegno, per pareggiare la pesante eredità delle loro virtù. 
E, inoltre, non sono, i fatti, a turbare gli uomini, ma ciò che da essi ne scaturisce: l’interpretazione. 
Sono incline ad interpretare i fatti, le cose, al fine di tradurli in un linguaggio, un sistema a me comprensibile.




La Sicilia – 3 novembre 2016:

Ci sono motivi, ottimi, per non leggere le opere di Costui: sono offensive; sono immorali; non sono serie; sono cattive, sarcastiche fino alla trivialità, feroci; sono impopolari; sono addirittura – se non bastasse ancora – “politicamente scorrette”. E poi possono creare nemici, oltre che far venire le rughe. E vi spieghiamo anche perché.
Sono offensive, poiché riferiscono molto a proposito degli enigmi della condizione umana: parlano degli uomini (e delle donne, va da sé). Ne dicono parecchio, di gente reale, esistente (come potrebbero non offendersi, in molti?). 
Sono immorali, per il motivo che mostrano “vergogne”. La cosa peggiore è che lo fanno in modo divertente, tanto divertente che, alla fine, si ha la sensazione che molte pagine restino appiccicate addosso.
Non sono serie, di certo, visto che non possono soddisfare il gusto del lettore superficiale.
Sono cattive, sarcastiche fino alla trivialità, feroci: rompono le ossa, distruggono le cose e la lingua persino, mediante suoni e colori che suggeriscono, insinuanti, l’inquietudine metafisica, nostalgie, l’invettiva becera e (serpeggiante tra le pagine), la tristezza. Nascosta tra bordate di virtuosismo. Una tristezza vastissima, interminabile, ardente.
Sono impopolari: non sono sufficientemente mediocri e non posseggono l’efficacia sicura dei luoghi comuni che affratellano, confortano, rassicurano. Piuttosto confondono, turbano, essendo questi racconti, anche loro, “diversi”.
Sono scorrette: costringono il lettore a vedere le cose da un punto di vista che non avrebbe scelto da solo, in autonomia e libertà.
Fanno venire le rughe, infine, giacché molto fanno sorridere. E ridere. Dentro, soprattutto. 





BREVE ESTRATTO:


Non distante, in un mondo parallelo (pochi metri in linea d’aria), in una stanzetta sorvegliata dall’esterno da un triste, malriuscito Redentore in legno sbreccato, la giovanissima Giannina, viso cupo e fanciullesco (come coloro incaricati di soffrire ogni volta che si può), dava alla luce un cosino fracidiccio.
Questo esserino, sotto sguardi avviliti e increduli, tempo dodici ore, prese ad incartapecorirsi al punto che, raggiunta sembianza di un mostriciattolo fossilizzato, si risolse – per il suo stesso bene – di crepare in fretta, senza troppi scrupoli.
Schiattò, in fin dei conti, al modo d’una castagnola inesplosa, che sbuffi un esiguo fumacchietto dalle polveri mollicce.
A fianco del suo lettino, due baciapile ipocrite, per maggior gloria di Nostra Signora Martire dello Scoramento e del Flagello Intrinseco, sgranavano rosarî, rugumando come conigli che mangiano l’erbetta.
Per una madre quasi bambina è un brutto inizio.
Pessimo inizio.
Ma per una devastante malattia di nervi – oh, bisogna ammettere! – è un inizio eccellente.






Nessun commento:

Posta un commento