venerdì 3 dicembre 2021

DOPPIA RECENSIONE "FIDANZAMENTO PER DISPETTO" di Ophelia Keen

 

In uscita oggi "Fidanzamento per dispetto" dell'autrice Ophelia Keen.
Franca Poli e Daniela Colaiacomo lo hanno letto in anteprima per noi. 



Autore: Ophelia Keen

Genere: Chick-lit


Disponibile in ebook a € 0,99
e in formato cartaceo a € 7,41

Pagina autore: I libri di Ophelia Keen 



TRAMA: 

«Ah ah, vedi? - ringhiò trionfante, - mi vuoi impalmare.»
«Ma tu sei tutto scemo.»
Lui si bloccò e mi fissò dall’alto.
«Milord. Devi rivolgerti a me come “Milord”. Hai sentito quella, devi dirlo, anche se sei la mia fidanzata.»
«Sei tutto scemo, Milord.»

La cosa più terrificante delle bugie è la loro tendenza a diventare realtà.
Jolly Rivers è disastrosamente inadatta al bel mondo, ma, spinta dall’impellenza di procurarsi un letto dove dormire, in prossimità del Natale accetta un lavoro per lei detestabile: la hostess di un concorso di bellezza presso Hilcot Castle. Per non farsi mancare nulla, messa alle strette dagli eventi, la spara grossa al punto di definirsi “amica intima” del ventesimo Conte di Hilcot, un vecchio e triste misantropo, confinato su un’isola del Canale.
Peccato che il misantropo si aggiri per il suo castello in incognito. Peccato che anziché vecchio e triste sia biondo, selvaggio e irascibile. E non abbia alcuna intenzione di farla passare liscia a una bugiarda impunita.
Nessuno, tuttavia, può dichiarare partita persa, prima di giocarla davvero e, soprattutto, nelle Cotswolds ammantate di neve, sta arrivando il Natale.
Lettrici natalizie, tutte a Hilcot Castle! Sulle piste di un conte feticista dei piedi.


DICE L’AUTRICE: 

Il vestito in cover è un acquerello e ritrae un abito realmente esistente, un modello delle stiliste taiwanesi “Nicole + Felicia”.


Cosa c'è di meglio se non trascorrere il mese di dicembre in un castello? È quello che deve aver pensato Jolly Rivers quando l'agenzia che le procura il lavoro ha proposto di andare a lavorare a Hilcot Castle come hostess, per fare da assistente allo staff di Miss Winter Lights e alle ragazze che partecipavano al concorso. In quel modo può risolvere il problema della casa pignorata (colpa del padre) e di avere un tetto sulla testa, ma soprattutto un letto dove dormire. E così Jolly, assieme ad altre diciannove giovani donne, tutte rigorosamente vestite di celeste, si trova a Stow on the Wold ad aspettare le auto che le avrebbero portate al castello. Proprio qui iniziano i problemi per la giovane hostess. Sì, perché, mentre l’autista carica in auto i suoi bagagli e quelli di altre colleghe, un ladro ruba la vettura con le valigie dentro. Inutile corrergli dietro… Una volta arrivate comunque al castello scoprono che il loro equipaggiamento si trova già lì. Che il ladro lavori al maniero? Questa è la domanda che si pone Jolly mentre sistema i suoi miseri tailleur nel guardaroba della stanza che divide con Tricia. Tra tutte le ragazze, infatti, lei è quella con gli abiti più dimessi e il fisico prorompente. Così si trova alla mercé delle sue colleghe che la denigrano. Solo due ragazze, Tricia e Penelope, non la bullizzano, anzi le sono vicine. Lei cerca di svolgere il suo lavoro al meglio ed è servizievole con tutti, a volte anche troppo, e questo suo atteggiamento in certi casi è controproducente nei rapporti con le altre ragazze. E visto che i guai non vengono mai soli, perché non dichiararsi amica intima del ventesimo Conte di Hilcot? Sì, avete capito bene! La nostra eroina, nonostante non abbia mi visto il conte - ma sarà proprio così? -, messa alle strette dalla sua capa, Madam Chapman, dichiara esserne amica. Da quel momento per la povera Jolly la permanenza al castello diventa difficoltosa, in particolare quando scopre che il misantropo nobile che credeva confinato su un’isola del Canale si aggira per il suo castello in incognito. Inoltre, anziché vecchio e triste come aveva sentito dire, è biondo, selvaggio e irascibile… e piuttosto familiare!  E pare che non abbia alcuna intenzione di farla passare liscia a una bugiarda impunita. 
Che dire di questi due personaggi se non che mi sono piaciuti entrambi, anche se sono uno l'opposto dell'altra e non mi riferisco al fatto che lui sia un conte e lei una hostess, o serva come viene additata da qualcuno, bensì al loro carattere. Tanto è asociale, cupo e burbero lui, quanto è solare, sempre ben disposta nei confronti degli altri lei.
Stanley Hilcot-Brett, ventesimo conte di Hilcot è un trentenne single tanto affascinante quanto cupo.  Biondo, abbronzato, iridi azzurre come turchesi, pizzetto, mani grandi e corporatura imponente. Così lo descrive Jolly. Si trova al castello in incognito, non vuole far sapere della sua presenza per evitare di doversi difendere dall'assalto delle Miss. La sua copertura però viene a cadere per colpa di una persona che non conosce, che però dichiara di essere sua amica, intima per giunta. Decide così di vendicarsi e di riversare su di lei la rabbia che prova nei confronti delle donne. Il nome della ragazza, Jolly, è se possibile un  incentivo a consumare la sua vendetta.
Jolly dal canto suo è attratta dal conte. Sa benissimo che una storia con lui è impossibile. Tuttavia accetta di fingersi la sua fidanzata, anche se è costretta a subire ogni sorta di angherie, sia da parte di Hilcot che delle colleghe e di Lady Sinclair, la manager del castello. 
Ho trovato la conclusione di questa storia decisamente romantica, grazie anche all'atmosfera natalizia, ma un po' diversa rispetto al solito. È un finale che ti aspetti, ma nel contempo non immagini.
La trama ben strutturata e abbastanza originale, la scrittura fluida e un'ambientazione da sogno rendono la lettura piacevole e veloce. I dialoghi risultano spesso rapidi e divertenti. In particolare quelli che intercorrono tra la hostess e il conte. La narrazione avviene in prima persona principalmente con il pov della protagonista femminile, però ci sono alcuni capitoli dove a parlare è il conte Hilcot.
I personaggi risultano ben delineati caratterialmente e fisicamente. È possibile percepire la loro sofferenza, la cattiveria e l'arroganza di alcuni, l'amicizia e la solidarietà di altri. Gli scatti d'ira di Stanley nei confronti della ragazza, ma anche la sua dolcezza. L'umiliazione di Jolly e la voglia di riscatto, l'odio nei confronti del padre per mettersi e metterla sempre in difficoltà con le sue azioni sconsiderate, ma anche l'amore che prova verso il genitore. Un padre che alla fine si riscatta e alla grande. La sua breve apparizione mi è piaciuta così come quella della diciannovesima contessa di Hilcot, la madre di Stanley. Una Lady un po' anticonformista. Così come ho apprezzato Tricia e Penelope le amiche colleghe di Jolly e la loro capa, Madam Chapman. Per contro fin da subito ho avuto un'avversione per Lady Adeline Sinclair, la baronessa manager del castello.
In conclusione, mi sento di consigliare questo libro, magari raggomitolate sul divano con una tazza di cioccolato caldo a portata di mano.


Un castello, un concorso di bellezza, una ragazza senza casa, un padre giocatore, un conte in incognito, problemi di scarpe e... un'incredibile bugia sono gli ingredienti di questo racconto, romantico, ironico, divertente... natalizio.
Jolly Rivers fa la guida turistica, si è infilata in posti oscuri il diploma di storia dell’arte e ha accettato di fare l’assistente al Miss Winter Lights che, a dicembre, si tiene a Hilcot Castle.  

Organizzare e assistere un concorso di bellezza. Incredibile. Mi avrebbero giudicata una disadattata.

D'altra parte cosa può fare una povera ragazza alla quale è stata, a sua insaputa, durante un'assenza prolungata, pignorata la casa e tutto il suo contenuto? 

Se non volevo mummificarmi sul divano-letto di zia Beth, mia unica parente in vita, a parte quel filibustiere latitante di mio padre, dovevo accettare e lo avevo fatto.

A corto di soldi e di abbigliamento, essendo la divisa di un colore che non andava molto nel settore guide ai monumenti e ai musei, affitta un cappotto, acquista scarpe di poco prezzo e, su Amazon, un tailleur in puro poliestere.  

Quel mattino, alle dieci, nella piazza di Stow on the Wold eravamo in venti, tutte in color celeste da hostess addestrate più che altro a volare sui tacchi.

Mentre l'autista del mezzo che le porterà al castello sta caricando il suo bagaglio, qualcuno si mette al volante e fugge via; inutile rincorrere il mezzo gridando Al ladro! Al ladro!, il risultato è la rottura del tacco delle sue misere scarpe e quale sorpresa ritrovare le proprie cose al castello, il ladro lavora lì?
E, infatti, poco dopo, lo incontra, inconfondibili gli anfibi appena intravisti, le spalle larghe e la pelle abbronzata della mano che dal finestrino faceva ciao mentre l'auto rubata si allontanava, è lui.
Presa di mira dalle colleghe per la suite celeste-spazzatura e per il suo fisico che spicca inequivocabilmente sul gruppo, messa in difficoltà da una situazione imbarazzante, Jolly la spara grossa.

«Mi scuso, è stato un deplorevole inconveniente. Non si ripeterà. La disciplina più ferrea è il mio credo, miss Chapman, - per poco non scattai sull’attenti e la gola cominciò a gorgogliare aspettando dal cervello un argomento definitivo, - la prego, non mi faccia sfigurare. - cominciai a dire e poi non so come mi uscì, - sono amica intima di Hilcot, ne sarei davvero mortificata col conte,» feci ruotare l’indice verso il soffitto, come per indicare Dio in persona e, mentre insistevo con quel gesto per dare forza alla bugia, non riuscii a impedirmi di vacillare.
Ma come mi era uscito? Dove avevo pescato quella immane stupidaggine?
Non potevo farmene una ragione e continuai a non potermene capacitare per tutta la serata e nei giorni successivi.
Forse, erano i geni del gioco d’azzardo.
Merda.

E sì che lei il famigerato e uccel di bosco conte di Hilcot neanche lo conosce, oppure sì? 
Stanley Hilcot-Brett, ventesimo conte di Hilcot, un trentenne bellissimo dal fisico potente e dai modi bruschi e irritanti - sembra essere soggetto a sbalzi d'umore repentini e destabilizzanti -, è una persona che nasconde un gravoso passato e si è tenuto lontano dalla scena pubblica per molto tempo. 
L'incontro con Jolly e la bugia che la ragazza ha inventato ispirano in lui il desiderio di vendetta: sarà proprio così?
Jolly, mentre affronta situazioni insolite e, spesso, mortificanti, è attratta da quell'uomo bellissimo - dallo sguardo, mai così azzurro. Sì, beh, quella era artiglieria davvero pesante per una senza nemmeno la fionda -, ma è confusa dai suoi atteggiamenti, a volte amichevoli, quasi teneri, a volte, senza motivo apparente, rabbiosi.
Ho apprezzato molto i personaggi rappresentati da Ophelia Keen, sia i due protagonisti, sia i personaggi che ruotano attorno a loro: Tricia e Penelope, due ragazze che affiancano Jolly con amicizia, Madam Chapman alla quale è riservato un imprevedibile ruolo finale, il padre, Barney Rivers, che si rivelerà, inaspettatamente, determinante per l'epilogo della storia. Mentre ho detestando sin da subito Brenda e socie e, soprattutto, la baronessa e le sue scarpe.
In un caleidoscopio di personaggi interessanti e sorprendenti, Ophelia Keen dimostra un'innegabile abilità di penna per l'accuratezza con cui descrive eventi e scenari e nell'attrarre il lettore, coinvolgendolo con ironia e divertimento.
Scritto in prima persona, per lo più con il pov di Jolly e sporadicamente con quello di Hilcot, il libro scorre velocemente, fino alla fine, favolosamente romantica.  
Senza grandi patemi d'animo, la trama scorre attraverso i battibecchi dei suoi protagonisti in un castello addobbato e pronto per il Natale, una piacevole lettura che consiglio caldamente.
Un’ultima cosa: le scarpe hanno un ruolo fondamentale ai fini della narrazione e - ho avuto la dritta da Ophelia Keen in persona - il vestito rappresentato in copertina, proprio quello della storia, è stato dipinto ad acquarello a partire da un fantastico modello reale di due stiliste taiwanesi, “Nicole + Felicia”.


BREVE ESTRATTO:

«Freddo, attesa, mal di piedi, chiusi le mani a tazza e ci soffiai dentro per scaldarle.
“Stow on the Wold, where the wind blows cold” recitava la filastrocca. Mai sottovalutare le dicerie, ed era soltanto il nove di dicembre.
Eravamo alle solite, valigia stretta tra le ginocchia, abiti goffi, del tipo “vorrei stare calda, ma con un minimo di stile”, e la mia ansia da sciagura imminente. Ma c’era un tocco in più questa volta.
A parte il diavolo di freddo, intendo. 
Che casa mia fosse stata pignorata, l’avevo scoperto solo al momento di tentare di aprirne la porta tornando a Londra, dopo un mese da guida turistica alla cattedrale di Winchester. Così non mi era rimasto che riparare sul divano-letto di Zia Beth, nella amena Basingstoke, un nome, una garanzia di desolazione.
E ora, evviva, essendo stati sequestrati i miei averi all’interno della casa pignorata, indossavo un cappotto in affitto e scarpe di Primark, entrambi inadatti a quel cielo nero. Mi guardai intorno, alla ricerca di un riparo, ancora incredula di averlo fatto davvero.
Mi ero infilata in posti oscuri il diploma di storia dell’arte e avevo accettato di fare l’assistente alle Miss. Solo a dirlo mi si incrociavano gli occhi. 
Organizzare e assistere un concorso di bellezza. Incredibile. Mi avrebbero giudicata una disadattata. 
La tipa dell’Agenzia aveva squillato:
«È dicembre! A Hilcot Castle c’è Miss Winter Lights! - e aveva poi specificato che avrei dovuto assistere Miss, costumisti, ospiti, fotografi, tutto il baraccone insomma. Nelle sue parole, il lavoraccio era diventato una missione ONU, - devi far parte dello staff incaricato di fluidificare l’organizzazione e agevolare il benessere di ospiti e partecipanti.»
Sdeng. 
Rovinando di faccia sulla scrivania dell’agenzia, ci avrei lasciato l’impronta dentale. 
Le Miss! No, le Miss nooo… 
E, d’altra parte, se non volevo mummificarmi sul divano-letto di zia Beth, mia unica parente in vita, a parte quel filibustiere latitante di mio padre, dovevo accettare e lo avevo fatto.
Battei i piedi e sbuffai un’enorme nuvola bianca, oltre la quale, in quel momento, comparve il viso terreo di una collega.
Aveva i capelli e il viso tanto chiari da sembrare un fantasma. Le labbra erano livide, era giovanissima, magrissima ed era vestita troppo poco nel cappottino in jersey. Così, quando arrivò la Defender con la scritta Hilcot Castle, feci salire lei cedendole il mio posto.
Mi ero fatta impietosire dagli occhi da husky lacrimosi a causa del freddo. Al diavolo il cappotto! Scrollai le spalle per abitudine. 
La prossima auto sarebbe stata la mia e una collega dalla chioma rossa mi sorrise con simpatia.
Doveva essere, come me, una guida turistica, a giudicare dal tacco senza pretese. Anche lei rinunciò a salire e restò lì, mentre altre due ragazze montavano in auto, al posto nostro, e una bruna risaliva la coda e ci affiancò. 
Mi venne l’istinto di allontanarmi un po’ per lasciarle spazio. 
La giovane dai capelli scuri era un accidenti di bellezza. Mi cedette di nuovo il viso in direzione delle scarpe.
Le hostess di formazione congressuale, le vedevi subito. Erano più belle, eleganti e con il trucco perfetto. 
In ogni caso, comunque, i passanti maschi facevano poche distinzioni. Ci guardavano un po’ tutte e facevano gli occhi da pesce bollito.
Quel mattino, alle dieci, nella piazza di Stow on the Wold, eravamo in venti, tutte in color celeste, da hostess addestrate più che altro a volare sui tacchi. 
O “dai” tacchi, nel mio caso. Ormai avevo caviglie di gomma. 
Stavamo in coda, allineate come un piccolo reggimento di soldati, disciplinatamente in attesa di essere prelevate, a tre a tre, dalle auto-navetta del castello. Ed eravamo tutte ragazze, del tipo definito un tempo “in età da marito” e ora molto più prosaicamente “da marito di un’altra”.
E, no, Mister, non lei, troppe birre e troppo pochi capelli. Spostai veloce lo sguardo sulla punta delle mie scarpe celesti. 
Un ammiratore che non fosse di mezza età, almeno! E poi, comunque, non gli avrei dato spago, nemmeno se fosse stato giovane e affascinante. Le spalle mi si incurvarono dalla tristezza. Per allietare il momento già al top, non mi feci mancare i cinque minuti di autocommiserazione causa mancanza cronica di un fidanzato. 
Tutta colpa del lavoro. 
Mi ero rassegnata a evitare gli approcci. Non mi ci mettevo neanche. Ogni mese, una città diversa! Finiva tutto sempre troppo presto. Tendevo ad affezionarmi. Si avvicinò un altro fuoristrada verde foresta col distintivo del castello e, questa volta, mi feci avanti guardando dritto, per evitare altri accessi di bontà suicida.
Ok, all’apparenza filò tutto regolare.
L’autista scese. Io, la rossa e la sciccosa trascinammo i trolley verso il retro. L’uomo anziano se li incollò con galanteria e li ammonticchiò, quando… Sbam!
Portiera sbattuta.
Lo sguardo mi partì distratto verso l’abitacolo. 
Alla guida, si era messo uno dalle spalle giganti, sovrastate da capelli scompigliati e lunghi, schiariti dal sole. 
Boh. 
Cioè, uno, nel vedere un accidenti di fenomeno sedersi al volante, pensa al massimo “che fortuna, ci conduce questo qui, invece del signore con la faccia da cane”. E, infatti, restai lì in attesa del tutto tranquilla, a controllare che lo chauffeur sistemasse il mio trolley in posizione decente. 
Se non si preoccupava l’autista, perché dovevo preoccuparmi io? Giusto?
Sbagliato.
Ci fu un boato. Poi ci fu il tremito dell’auto, poi un’affumicata tossica e infine il movimento! 
L’auto schizzò in avanti, col portellone posteriore ancora aperto. 
E tu sei ancora lì che pensi “dovrà spostarsi di poco per far spazio all’auto successiva”. 
E invece no! 
Nel frattempo, il fenomeno, il fuoristrada e la mia valigia erano già duecento iarde lontani. 
Dove stava andando, per la miseria? 
Altro pensiero troppo lungo, altre cento iarde. E, a quel punto, smetti di pensare. 
Lo capisci che più ti ci impegni e più dici addio a tailleur, scarpe e mutande e così via. E scatta l’animale che è in te.
E non importa che tu sia leone o gazzella. Cioè, qualunque animale io fossi, quel mattino di dicembre, a Stow on the Wold, l’importante fu che mi misi a correre sbracciandomi e gridando:
«Al ladro! Al ladro!»

La Keen è una vecchia eccentrica, abita sulla costa gallese a Fishguard, dove è un’istituzione e gestisce da sempre il piccolo Crooked Stone Pub mentre il marito, un vecchio barbogio e petulante, si aggira vanamente senza concludere nulla di concreto. L’edizione italiana è stata curata da Monica Montanari e Anna Letizia Zocche.


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